La guerra allunga i rendimenti ma appiattisce la curva dei tassi, petrolio e inflazione tornano a dettare l’agenda dei mercati
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Redazione Economia
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Il fronte mediorientale, con l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le conseguenti rappresaglie, ha riscritto in pochi giorni le regole del pricing sul mercato obbligazionario globale. Se inizialmente, all’indomani dei primi attacchi, gli investitori avevano reagito con una classica fuga verso la qualità che aveva compresso i rendimenti dei titoli di Stato più sicuri, la narrativa è rapidamente mutata, lasciando spazio a preoccupazioni di natura completamente diversa. L’impennata del prezzo del greggio, con il Brent che ha superato quota ottanta dollari al barile per poi spingersi oltre, e le interruzioni nelle catene di approvvigionamento energetico, hanno infatti riacceso il timore di una fiammata inflazionistica improvvisa, e non è un caso che il parallelismo con lo shock del 2022, conseguente all’invasione russa dell’Ucraina, sia tornato a risuonare con forza nei commentari di analisti e strategist. La dinamica, però, presenta una peculiarità non trascurabile: invece di assistere a un irripidimento della curva dei rendimenti, fenomeno che solitamente accompagna le aspettative di crescita e di rialzo dei prezzi, ciò che si è osservato è stato un suo appiattimento, segnale inequivocabile di come il mercato stia scontando non solo un’inflazione importata, ma anche un potenziale rallentamento dell’attività economica.
L’inflazione torna a galla e riscrive le aspettative sulla Bce
I rendimenti dei titoli di Stato dell’Eurozona, dopo un paio di sedute in discesa, hanno invertito bruscamente la rotta, registrando rialzi significativi che hanno riportato il costo del denaro su livelli che non si vedevano da inizio anno. Il Bund decennale tedesco, riferimento per l’intera area, è avanzato di circa nove punti base attestandosi in area 2,8%, mentre il Btp italiano è schizzato verso il 3,5%, un movimento che ha inevitabilmente allargato il differenziale con la controparte teutonica fino a toccare i massimi dall’inizio del 2026, con lo spread che in apertura del 4 marzo ha sfiorato quota 72 punti base. A guidare questa risalita è la convinzione, sempre più radicata tra gli operatori, che l’aumento dei prezzi dell'energia, acuito dalla chiusura dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita una parte sostanziale del petrolio mondiale e circa il trenta per cento del gas naturale liquefatto, finirà per riverberarsi sull’indice dei prezzi al consumo, vanificando i progressi fatti negli ultimi mesi. A gettare benzina sul fuoco è sopraggiunto anche il dato sull’inflazione di febbraio, pubblicato il 3 febbraio, che ha mostrato un inatteso rialzo al’1,9% dall’1,7% del mese precedente, confermando come la lotta al carovita sia tutt’altro che conclusa.
La reazione dei tassi e il dilemma della politica monetaria
Questa combinazione di fattori geopolitici e macroeconomici ha spinto i mercati a rivedere al rialzo le scommesse su un possibile inasprimento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea. Se fino a poche settimane fa lo scenario di un taglio dei tassi appariva il più accreditato, oggi gli operatori ricominciano a scontare una probabilità non trascurabile, attorno al trenta per cento secondo alcune stime, di assistere a un rialzo dei tassi di interesse già nel corso dell’anno. La logica è quella di un istituto centrale costretto a intervenire per ancorare le aspettative di inflazione, soprattutto in un contesto in cui le tensioni salariali permangono e l’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, stenta a scendere stabilmente sotto la soglia del due per cento. La situazione, per Francoforte, è resa ancor più complessa dalla contemporanea debolezza dell’euro, scivolato verso 1,16 dollari, un deprezzamento che amplifica il costo delle importazioni di materie prime, tutte denominate in valuta americana, e che rappresenta un ulteriore canale di trasmissione delle spinte inflazionistiche.
L’allargamento degli spread e la resilienza del Btp
In questo clima di rinnovata avversione al rischio e di incertezza sull’evoluzione dei tassi, il mercato secondario dei titoli di Stato ha visto un generale incremento della volatilità, con i differenziali di rendimento tornati al centro dell’attenzione. Lo spread Btp-Bund, dopo aver toccato i minimi, ha subito un’impennata che lo ha riportato ampiamente sopra la soglia dei settanta punti, un livello che non veniva registrato dall’inizio dell’anno e che testimonia la maggiore sensibilità del debito italiano alle turbolenze esterne. Ciononostante, la domanda per i titoli del Tesoro italiano non è venuta meno, con diversi investitori istituzionali, tra cui Generali AM, che mantengono una posizione lunga sul Btp, scommettendo cioè su un ulteriore apprezzamento o, quantomeno, su una tenuta del mercato obbligazionario italiano nel medio termine. La ragione di questa fiducia risiede probabilmente nella convinzione che, nonostante lo shock energetico, il differenziale di crescita e i fondamentali dell’economia italiana possano reggere l’urto meglio di altri paesi periferici, seppur in un contesto di generale deterioramento del quadro macroeconomico.




