Trump, l’incertezza torna a dettare l’agenda tra dazi a Londra e lo spettro di Hormuz
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Redazione Economia
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La tregua, se così si può definire la momentanea sospensione dell’aggravarsi del conflitto, non ha riportato la calma sui mercati quanto piuttosto una sorta di “calma apparente” che gli operatori finanziari temono possa rompersi da un momento all’altro. Mentre Wall Street e il comparto tecnologico lambivano nuovi record, segno di una fiducia quasi ipnotica nella resilienza dell’economia statunitense, il fronte geopolitico si è incaricato di ricordare agli investitori dove si annidino i veri rischi: nella volatilità strutturale e in quelle dinamiche internazionali che sfuggono al controllo dei modelli previsionali.
Nonostante Trump sia insediato alla Casa Bianca ormai da oltre un anno, un lasso di tempo che solitamente normalizza le variabili politiche, la sua presidenza continua a generare scosse telluriche sul terreno commerciale ed energetico. L’ultimo ultimatum, lanciato da Washington nei confronti di Teheran, ha rimesso lo Stretto di Hormuz al centro dell’agenda globale. Il transito delle petroliere, già vessato da settimane di tensioni e incursioni, rischia di subire un’ennesima battuta d’arresto; secondo gli analisti, una chiusura prolungata di quel fatidico passaggio per tre mesi rappresenterebbe la “linea rossa” capace di trasformare la preoccupazione in recessione. Ne consegue un prezzo del petrolio che oscilla violentemente, una condizione che grava come un macigno sulle economie importatrici del vecchio continente, le quali, a differenza degli Stati Uniti, non possono contare su un’autonomia estrattiva paragonabile.
Se il Medio Oriente rappresenta la miccia, il braccio di ferro fiscale con Londra minaccia invece di riaprire i cancelli di una guerra commerciale che si credeva sopita. In un’intervista rilasciata al Daily Telegraph, la cui eco ha subito varcato l’oceano, il presidente ha spiegato che il Regno Unito farebbe meglio a “stare attento” per quanto riguarda la Digital Services Tax, la gabella che applica una ritenuta del 2% sui ricavi dei giganti tecnologici americani derivanti da utenze britanniche. La contro-mossa paventata da Trump è una “grande tariffa” sulle merci in arrivo dall’isola, una rappresaglia che colpirebbe duro un alleato storico il cui governo, quello laburista, non ha mostrato alcuna intenzione di rinunciare a quel gettito valutato nell’ordine degli 800 milioni di sterline annui.
Il paradosso dei listini e l’assedio alle obbligazioni
Ad aggravare lo scenario emerge una dicotomia che gli esperti definiscono sempre più spesso come un vero e proprio “shock di correlazione”. Da un lato, le Borse sembrano procedere come dei giganti ciechi, incuranti dei venti di guerra che soffiano dal Golfo; dall’altro, il mondo obbligazionario versa in una crisi d’identità profonda. I bond governativi, tradizionali porti sicuri nei momenti di panico, sono sotto pressione. I rendimenti salgono mentre i prezzi scendono, e questa anomalia – verificatasi con particolare evidenza nelle scorse settimane – racconta di un mercato che non cerca più rifugio nel debito americano, bensì smobilita. Lo si osserva nei Treasury statunitensi, oggetto di crescenti attacchi short da parte dei trader, i quali sembrano aver archiviato l’idea che il debito pubblico USA sia un’ancora di salvezza in tempi di crisi.




