Il (presunto) rischio Red Bull: Russell e il gioco delle parti nel paddock di Melbourne
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Redazione Sport
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Il circus della Formula 1, giunto a Melbourne per il Gran Premio d’Australia che dà il via alla stagione 2026, vive di sospetti e dichiarazioni misurate, un esercizio di equilibrismo che i piloti padroneggiano ormai con disinvoltura. George Russell, reduce da un venerdí di prove che ha visto la sua Mercedes mostrare un volto ambiguo, ha riacceso i riflettori su una delle grandi incognite del nuovo corso tecnico: la reale competitività della Red Bull. Il britannico, secondo quanto riportato, ha gettato più di un'ombra sui giorni di test in Bahrain, definendo “sospettosamente lenta” la prestazione della RB22 nella seconda tre-giorni di prove a Sakhir.
L’analisi del pilota Mercedes, suffragata a quanto pare dai dati a disposizione del team di Brackley, si basa su un’anomalia cronometrica non di poco conto. Russell avrebbe rilevato un calo prestazionale di sette decimi tra la prima e la seconda sessione di test per la vettura guidata da Max Verstappen, un decremento che appare difficile da giustificare con il normale sviluppo o con la messa a punto, specialmente se raffrontato al leggero passo in avanti compiuto, contestualmente, dalla Mercedes stessa e dalla Ferrari. Questo scarto, unito alla tradizione di Milton Keynes di nascondere le proprie carte, alimenta la convinzione nel paddock che il potenziale della scuderia austriaca sia ben superiore a quello mostrato. Non si tratta di semplice scaramanzia, ma di un vero e proprio atto di accusa verso una falsa modestia prestazionale che, a detta di Russell, sarebbe evidente.
La giornata tipo e il paradosso dei long run
Se le parole di Russell gettano ombre sul futuro, i dati emersi dalle prime due sessioni di prove libere sul circuito dell'Albert Park dipingono un quadro comunque complesso, dove la Mercedes, nonostante le difficoltà, sembra nascondere un potenziale notevole. La prima sessione aveva visto le Frecce d'Argento navigare in acque opache, con Russell e il rookie Andrea Kimi Antonelli concentrati sulla gestione della batteria, un aspetto cruciale con le nuove power unit ibride che richiedono una strategia di ricarica ancora tutta da ottimizzare. Nelle FP2, invece, il copione è cambiato.
Mentre sulle simulazioni di giro secco a primeggiare sono state Ferrari, con Leclerc, e McLaren, con il local hero Oscar Piastri, la Mercedes ha fatto registrare dati sorprendenti nella simulazione passo gara. I long run di Russell, in particolare, sono apparsi di un altro pianeta: una media di quasi mezzo secondo più veloce del compagno di squadra e un distacco siderale di otto decimi inflitto alla prima Ferrari di Lewis Hamilton, per non parlare del ritardo di oltre un secondo accumulato dalla Red Bull di Verstappen. Una prestazione che ha spinto Charles Leclerc ad ammettere come, per la prima volta, si iniziasse a vedere la “mano vera” della Mercedes, una velocità impressionante che preoccupa il muretto del Cavallino.
L’enigma delle velocità e la gestione dell’energia
A rendere il quadro ancora piú sfaccettato, e a dare indirettamente ragione ai sospetti di Russell sulla possibilità di celare il proprio potenziale, contribuisce l’analisi delle velocità di punta registrate nel venerdí di Melbourne. Se la Mercedes è apparsa devastante sul passo gara, nei giri veloci ha mostrato valori di velocità massima significativamente inferiori ai competitor, in particolare alla McLaren cliente del medesimo propulsore. Al termine del secondo settore, il punto dove si tocca la velocità piú alta, Russell e Antonelli si sono fermati a 279 km/h, laddove Piastri ne ha fatti segnare 289. Un divario di 10 km/h che, nel gergo della F1, suona come un campanello d’allarme o, al contrario, come la prova provata di un “sandbagging” (ovvero il camuffare le proprie prestazioni) messo in atto da Mercedes.
La differenza non risiede tanto nella potenza pura del motore, quanto nella strategia di deployment dell’energia elettrica lungo il giro. Sembra che Mercedes abbia scelto di utilizzare la batteria in modo piú conservativo o distribuito diversamente nel corso del giro lanciato, forse per non scoprire le carte in vista delle qualifiche o per concentrare lo sviluppo sulla gestione della gara. La Ferrari, al contrario, ha mostrato un comportamento differente, risultando meno performante nel primo settore ma recuperando in modo prepotente verso la fine del giro. La Red Bull, dal canto suo, ha evidenziato una strategia di utilizzo dell’energia ancora grezza, con picchi nella prima parte del tracciato e un conseguente calo nel resto del giro. Questo mosaico di dati racconta di una categoria in cui il bilanciamento della potenza ibrida sarà tanto determinante quanto la pura aerodinamica.




