Caro gasolio, i bus a rischio senza misure immediate

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del gasolio, si sa, continua a macinare record su record e l’autotrasporto passeggeri – quello dei pullman extraurbani come dei citybus che attraversano le nostre città – si trova ora a dover fare i conti con una realtà difficile da digerire. Le associazioni Anav, Asstra e Agens, che riuniscono gran parte degli operatori del settore, hanno lanciato un allarme preciso: senza correttivi immediati, i servizi di trasporto su gomma rischiano concretamente la continuità. Il motivo è semplice, seppur drammatico nelle sue conseguenze pratiche. Le quotazioni del gasolio, stando ai dati più aggiornati, segnano un ennesimo rialzo, toccando un +21 per cento rispetto all’inizio del conflitto in Medio Oriente. Un conflitto che, va ricordato, ha messo in ginocchio una delle rotte petrolifere più sensibili del pianeta, lo stretto di Hormuz, da dove transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio.

Un costo aggiuntivo da 40 milioni al mese

La conseguenza, per le imprese di trasporto, è un’emorragia di risorse difficile da tamponare. Tradotto in cifre, l’impennata del carburante impone al comparto maggiori costi per oltre 40 milioni di euro ogni mese; una cifra che, proiettata su base annua, si avvicina pericolosamente ai 500 milioni. Nessuna azienda, anche la più solida, può reggere a lungo un simile sovraccarico senza che qualcuno intervenga a lenire il colpo. Ecco perché i rappresentanti di categoria parlano di “rischio servizi”: non una generica ipotesi, ma una concreta evenienza che potrebbe tradursi in corse soppresse, orari ridotti e, nei casi limite, nella sospensione di intere linee. L’aumento, del resto, non accenna a rallentare, e il gasolio resta il combustibile dominante per la stragrande maggioranza dei mezzi.

Il secondo decreto carburanti non basta

Il governo, dal canto suo, ha varato nelle scorse settimane un secondo decreto legge sui carburanti. Peccato, però, che all’interno di quel provvedimento – e questa è la denuncia circostanziata delle associazioni – non si trovi traccia di alcuna misura a sostegno specifico per l’autotrasporto passeggeri. Nessuno sconto, nessun ristoro, nessun meccanismo di compensazione. Un vuoto normativo che appare tanto più stridente se si considera che il primo decreto, già approvato in precedenza, aveva lasciato sostanzialmente immutata la situazione. Le aziende del settore, insomma, continuano a pagare il conto salato del caro gasolio senza che dalla politica arrivino segnali concreti di inversione di tendenza. La “coperta corta” di cui qualcuno parla – e che in questo caso significa risorse pubbliche limitate – sembra essersi ristretta ulteriormente, lasciando fuori proprio chi muove ogni giorno milioni di cittadini.

Il peso del conflitto e il nodo Hormuz

C’è poi un capitolo geopolitico che nessuno può permettersi di ignorare. L’impennata del prezzo del gasolio non nasce dal nulla, ma affonda le radici nelle tensioni in Medio Oriente e, in particolare, nel blocco navale che interessa lo stretto di Hormuz. L’Iran, che controlla di fatto quella stretta via d’acqua, ha contribuito a paralizzare una percentuale significativa dell’offerta mondiale di petrolio, con effetti a cascata sui prezzi finali. L’Italia, che importa grandi quantità di greggio e derivati, subisce questa pressione in modo diretto. I distributori sulla penisola lo sanno bene: la percentuale di quelli che riescono a tenere il gasolio sotto la soglia psicologica dei due euro al litro è ormai irrisoria, attestandosi attorno al tre per cento del totale. Per il trasporto pubblico su gomma, che di gasolio consuma quantità industriali, la situazione è diventata insostenibile.

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