La madre di Alberto Stasi rompe il silenzio: "Ho sempre saputo che era innocente"
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Redazione Interno
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Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, ha scelto di affidare a una lunga lettera il racconto del dolore e della solitudine che hanno segnato la sua famiglia dall'inizio del caso Garlasco. Le sue parole sono state trasmesse in apertura della nuova trasmissione "Verità Nascoste", condotta da Milo Infante, andata in onda in prima serata su Retequattro il 1° settembre. Una voce rimasta quasi sempre in ombra che ha voluto rompere il silenzio per ribadire, senza alcun margine di dubbio, la convinzione dell'innocenza del figlio, condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi.
Una vita sospesa tra giudizi e solitudine
"Io ho sempre saputo che Alberto era innocente e se avessi avuto un solo dubbio sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità", scrive la madre, in un passaggio della lettera ripreso da diverse testate. Un'affermazione netta che arriva dopo anni di silenzio, durante i quali la famiglia ha cercato di tenere insieme i frammenti di un'esistenza messa a dura prova dalla tragedia.
"Ci sono state cose che il tempo non riesce a portare via", racconta Ligabò, descrivendo la sensazione di un dolore che non abbandona mai del tutto, nonostante gli impegni quotidiani e i tentativi di andare avanti. Un peso reso ancora più greve dal senso di isolamento e dal pregiudizio che ha circondato la vicenda: "Ho imparato a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette, e a volte il silenzio pesa più di tutto il resto".
La scelta di non esporsi, di restare in disparte, è nata proprio dalla consapevolezza della difficoltà di farsi comprendere: in molti, secondo la madre, hanno sempre dato per scontato che "un motivo ci sarà", rendendo inutile ogni tentativo di spiegazione.
La morte del marito e l'ingresso in carcere del figlio
Nel suo racconto, la madre di Alberto Stasi ha rievocato i momenti più bui, quelli in cui i colpi della vita si sono susseguiti senza lasciare tregua. "Poi è arrivato il giorno in cui ho perso mio marito, il mio punto di riferimento, e quel mondo già a pezzi è crollato ancora di più", ha ricordato, riferendosi alla scomparsa del marito. Subito dopo, Alberto è entrato in carcere. "È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c'era più".
Un passaggio che testimonia la drammaticità di un periodo segnato dall'accumularsi di lutti e dalla separazione forzata dal figlio, contro il quale la giustizia si era pronunciata in via definitiva.
Visite in carcere e orgoglio per l'uomo diventato
Il racconto si sofferma anche sulle difficoltà incontrate in questi anni e sulla forza necessaria per andare avanti. Ligabò non dimentica chi le è stato accanto nei momenti più difficili e parla del dolore delle visite in carcere, momenti vissuti nel silenzio e nella solitudine, percependo l'imbarazzo degli altri che si traduceva in un isolamento ulteriore.
Nella lettera emerge il legame profondo con il figlio: "Per anni ho potuto sentirlo solo 10 minuti alla settimana", ha scritto, descrivendo i viaggi verso il carcere per portargli un pacco o semplicemente per sapere che, nonostante tutto, stava bene. Nonostante il dramma vissuto e la condanna subita, la madre esprime orgoglio per l'uomo che Alberto è diventato, auspicando per lui un futuro diverso.
Il debutto di "Verità Nascoste" e l'impatto mediatico
La lettera di Elisabetta Ligabò è stata uno dei momenti centrali della prima puntata di "Verità Nascoste", che ha debuttato con ottimi ascolti, totalizzando 1.018.000 spettatori e un picco del 15,5% di share. Il nuovo programma, condotto da Milo Infante, si propone di analizzare i grandi casi di cronaca che hanno segnato il Paese. In prima serata, oltre allo spazio dedicato al caso Garlasco, sono stati affrontati anche altri temi come la scomparsa di Denise Pipitone e la profanazione della tomba di Pamela Genini.
Il gesto della madre di Stasi, scrivendo alla trasmissione, è stato definito da più parti come un atto di grande dignità, capace di offrire uno spaccato intimo di una vicenda che continua a tenere banco nel dibattito pubblico italiano, a quasi vent'anni dall'omicidio di Chiara Poggi.
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