Garlasco, il volto di Alberto Stasi torna in aula 18 anni dopo il delitto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il suo volto, un tempo inseguito dai fotografi e definito “il biondino dagli occhi di ghiaccio” in mille articoli di cronaca, è riapparso ieri in tribunale, in un’aula di Pavia, dopo quasi due decenni. Alberto Stasi, il cui nome fu al centro della prima, lunghissima stagione processuale per l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, è comparso inaspettatamente per assistere a un passaggio cruciale: l’incidente probatorio sulle nuove indagini genetiche che, mentre escludono definitivamente la sua presenza sulla scena del delitto, sembrano ora indicare un’altra direzione. La sua apparizione, rara e silenziosa, non è passata inosservata, accendendo le proteste dei familiari della vittima, i Poggi, e dell’avvocato Venditti, che hanno visto in quella presenza un gesto di sfida o quantomeno di disturbo in un momento di profondo dolore ancora vivo, a diciotto anni di distanza dai fatti.

Il nodo scientifico: tracce sulle unghie e l'aplotipo Y

Al centro delle lunghe udienze dell’incidente probatorio, durato molti mesi, è stato un elemento apparentemente minuscolo ma gravido di conseguenze: il materiale genetico rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi. Le analisi, secondo quanto ricostruito in aula, hanno confermato con certezza ciò che era già emerso in passato, e cioè che quel Dna non appartiene ad Alberto Stasi. La svolta, sostenuta dalla Procura di Pavia, risiederebbe invece nella compatibilità di parte di quel materiale con l’aplotipo Y – che si trasmette per via paterna – di Andrea Sempio, divenuto il nuovo indagato, o di suoi familiari in linea maschile. Un dato che gli inquirenti definiscono ormai “cristallizzato”, ovvero acquisito in maniera definitiva al dossier investigativo, pronto a essere portato in un eventuale futuro dibattimento.

Un confronto in aula senza accordi

Le oltre quattro ore di discussione tecnica tra consulenti della difesa e della procura, tuttavia, non hanno prodotto alcuna convergenza sulle conclusioni da trarre. Se da un lato la pubblica accusa ritiene di avere un nuovo, solido elemento su cui costruire l’impianto accusatorio, dall’altro gli esperti della difesa hanno sottolineato con forza i limiti intrinseci di tali riscontri, ottenuti su tracce minuscole e non più replicabili, affermando che non si può certo parlare di una “prova regina”. Il confronto serrato ha fatto emergere tutta la complessità e la delicatezza di un esame genetico condotto su reperti di vecchia data, i cui risultati, secondo alcuni, non possono considerarsi consolidati al di là di ogni dubbio ragionevole.

L'ombra di un verbale e le nuove indagini

A complicare ulteriormente il quadro investigativo, e ad alimentare il dibattito in aula, è riemersa la questione di un verbale, redatto a mano nel 2014, le cui modalità di compilazione sono state oggetto di approfondimento. Quel documento, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe contenere elementi utili a comprendere la gestione delle prove in una fase antecedente delle indagini. La sua esistenza getta un’ombra su alcuni passaggi del passato, mentre la procura concentra ora la sua attenzione sull’aplotipo Y, considerandolo la base per tentare di ricostruire una verità giudiziaria che per anni è sembrata sfuggente. L’incidente probatorio si è così chiuso con il rinvio degli atti alla Procura di Pavia, che dovrà ora valutare come procedere, mentre la scienza e il diritto continuano a intrecciarsi in una vicenda che ha segnato profondamente la cittadina di Garlasco.

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