Perché Alberto Stasi è stato condannato per il delitto di Garlasco: cosa dicono i processi
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Redazione Interno
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Nelle 140 pagine della sentenza d’appello bis del dicembre 2014, i giudici hanno ricostruito i punti chiave che hanno portato alla condanna di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, la fidanzata trovata morta il 13 agosto 2007 nella loro casa di Garlasco. Un processo basato su prove indiziarie, considerate «chiare e concordanti», sebbene manchino ancora movente certo e arma del delitto. Quel che emerge dalla lettura integrale degli atti è che gli indizi, «gravi e precisi», conducono a individuare in Stasi, «oltre ogni ragionevole dubbio, l’assassino».
A riaccendere i riflettori sul caso, però, è l’interpellanza presentata dal deputato di Forza Italia Bellomo al ministro della Giustizia Nordio, in cui si chiede la sospensione della detenzione per Stasi, dato che «la stessa giustizia che lo ha condannato coltiva il dubbio della sua innocenza». Una richiesta che arriva dopo l’emersione di nuovi elementi critici nelle indagini: dai reperti mai analizzati, come i capelli scuri nel lavandino – dove, secondo l’accusa, Stasi si sarebbe lavato dal sangue – ai tabulati telefonici e alla spazzatura di quel giorno, mai esaminata a fondo.
I sopralluoghi dei Ris, effettuati a distanza di settimane o mesi dal delitto, hanno inoltre reso quasi inutilizzabili alcune tracce. Le impronte rilevate nei primi giorni nella villetta di via Pascoli, fotografate ma non immediatamente confrontate, si erano ormai deteriorate. Eppure, per i giudici, il quadro complessivo resta solido.




