Attacco all’Iran, le notizie del 14 aprile: blocco di Hormuz con 15 navi Usa e lo stallo sul nucleare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La tensione tra Stati Uniti e Iran, nonostante un cessate il fuoco che appare sempre più fragile, si è trasformata in una dimostrazione di forza senza precedenti nello Stretto di Hormuz, dove quindici navi da guerra americane – come confermato dal Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) – stanno garantendo il blocco navale decretato da Washington. Oltre diecimila effettivi, supportati da una dozzina di unità militari e decine di velivoli, eseguono la missione di interdizione delle imbarcazioni in entrata e in uscita dai porti iraniani; una mossa che, pur consumandosi in un clima di alta tensione, non ha ancora prodotto scontri diretti, dato che il traffico marittimo locale, seppur rallentato, non è stato del tutto interrotto. La stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito la chiusura dello Stretto “un danno” rilevante per gli equilibri energetici, pur chiudendo la porta alla sospensione del Patto di stabilità, mentre il governo italiano segue con attenzione gli sviluppi di una crisi che rischia di ripercuotersi sulle forniture petrolifere.
L’offerta di Teheran sui cinque anni di stop all’arricchimento
In questo quadro di pressione militare, il canale diplomatico – seppur in affanno – ha registrato un movimento significativo: l’Iran, attraverso una risposta formale inviata lunedì, ha offerto agli Stati Uniti una sospensione massima di cinque anni dei propri piani di arricchimento dell’uranio, una concessione che si scontra però con la richiesta americana di vent’anni, avanzata dalla delegazione di Washington nei negoziati tenuti a Islamabad nel fine settimana. A rivelare i dettagli dello scambio è stato il New York Times, citando due alti funzionari di Teheran e uno di Washington; una trattativa che, stando alle fonti, si è arenata proprio sulla distanza incolmabile tra le due proposte, senza che nessuna delle parti abbia per ora mostrato segnali di ulteriore flessibilità.
Il ruolo del Pakistan e la controfferta di Trump su un nuovo luogo
Nonostante il fallimento del primo round nella capitale pakistana, la Casa Bianca ha confermato di essere stata ricontattata dai negoziatori iraniani – un fatto rivelatore della volontà di Teheran di evitare un’escalation incontrollata – per intrattenere un nuovo round di trattative prima che il cessate il fuoco venga meno. Donald Trump, che ormai da più di un anno siede nuovamente alla presidenza degli Stati Uniti, ha però fatto sapere di avere in mente “un altro luogo” diverso da Islamabad per i prossimi colloqui, senza specificare se si tratti di una capitale europea, di un paese del Golfo o di una sede neutrale. L’iniziativa del Pakistan, che si era offerto come mediatore proponendo di ospitare un secondo round, resta quindi in bilico, mentre il presidente americano ha rivelato – con una frase destinata a fare discutere – che “Teheran ci ha chiamato, vogliono un accordo”.
La prima nave oltre il blocco e la reazione europea
Sul piano operativo, la prima nave a violare – se così si può dire – il blocco è stata una portacontainer diretta a Dubai, che ha attraversato il canale sotto lo sguardo vigile delle unità statunitensi, senza che si registrassero incidenti. Una cautela, quella mostrata da entrambe le parti, che conferma la natura essenzialmente dimostrativa dell’operazione americana: quindici navi non bastano a chiudere completamente una delle vie d’acqua più trafficate del pianeta, ma inviano un messaggio inequivocabile sulle intenzioni di Trump. Mentre a Bruxelles, von der Leyen ha varato un piano sull’energia per ridurre la dipendenza dalle rotte del Medio Oriente, ha però escluso qualsiasi sospensione del Patto di stabilità, lasciando intendere che l’Unione europea non intende sacrificare le proprie regole fiscali nemmeno di fronte a una potenziale crisi degli approvvigionamenti.




