Addio a Eugenio Perico, bandiera dell'Atalanta e maestro di vita per Donadoni
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Redazione Sport
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È scomparso all’età di 74 anni, dopo una lunga malattia iniziata nel 2018, Eugenio Perico, figura storica del calcio italiano che ha legato il proprio nome, in particolare, all’Atalanta. La sua carriera, costellata di presenze e di successi, soprattutto nel vivaio nerazzurro, si è spenta ieri, lasciando un vuoto in quel mondo che ha sempre considerato una seconda famiglia. Perico, nativo di Curno, dove si sono svolti i suoi ultimi saluti, aveva infatti vissuto 38 anni in simbiosi con i colori bergamaschi, dapprima come calciatore e poi, a lungo, come allenatore del settore giovanile, ruolo nel quale ha forgiato generazioni di talenti.
Il percorso tra i professionisti
Il suo esordio tra i professionisti avvenne però lontano da Bergamo, nella stagione 1971-1972, quando lo Spezia, società che lo svezzò in Serie D, lo prelevò in prestito dall’Atalanta. In Liguria, Perico dimostrò subito le sue doti di affidabilità e carattere, mettendo a segno tre reti e contribuendo in maniera decisiva alla salvezza della squadra. Quell’annata, la prima del suo percorso senior, rimase sempre nei suoi ricordi come un periodo fondante, nonostante il futuro lo avrebbe portato a vestire altre maglie, come quelle di Cremonese e Ascoli. Con i marchigiani, in particolare, visse quasi un decennio stabilendo un record di presenze tra la Serie A e la Serie B, prima del ritorno, atteso e definitivo, al club delle sue radici.
Il ritorno a casa e l'eredità nel vivaio
Il ritorno all’Atalanta, avvenuto nel 1981, segnò l’inizio del capitolo più significativo della sua vita sportiva. Fino al 1987, Perico collezionò 173 presenze e due reti con la prima squadra, contribuendo alle doppia promozione dalla Serie C alla Serie A, un’impresa che ne cementò lo status di bandiera e capitano. La sua carriera da giocatore si chiuse quindi là dove era iniziata, ma il suo legame con il club non si interruppe: iniziò infatti una seconda vita, durata venticinque anni, come allenatore nel settore giovanile, fino al 2012. In questo ruolo, considerato da molti il suo naturale prosieguo, riuscì a conquistare quattro scudetti con la formazione Giovanissimi, forgiatore, tra gli altri, del talento di Roberto Donadoni, da lui considerato quasi un figlio calcistico.
I ricordi personali e il ritratto umano
Proprio Donadoni, raggiunto dai microfoni de Il Secolo XIX, ha voluto ricordare l’uomo oltre che il mentore, definendolo “una persona di cuore” e rievocando i pranzi nella sua casa di Curno. Il ricordo del calciatore, divenuto poi ct della nazionale, si è soffermato su aneddoti che tratteggiano una personalità riservata e profondamente legata ai propri valori, come le messe domenicali che i due erano soliti frequentare insieme durante i ritiri. Un’immagine, quest’ultima, che si accosta a un’altra, altrettanto simbolica della sua sensibilità: quella che lo ritrae, in una giornata di pioggia, mentre protegge con un ombrello l’allora direttore del settore giovanile nerazzurro, sulla scalinata della chiesa durante i funerali di Piermario Morosini, gesto di umana solidarietà in un momento di collettivo dolore.
Il lutto nel calcio bergamasco
La sua scomparsa, quindi, non segna solo la perdita di un ex calciatore, ma di un punto di riferimento per un’intera società e per la sua storia. Perico, che con la maglia nerazzurra visse tredici anni da giocatore – sei dei quali in prima squadra – e venticinque da allenatore, ha lasciato un’impronta indelebile in quel vivaio che è sempre stato il cuore pulsante dell’Atalanta, dimostrando come il mestiere del calciatore possa evolversi in una missione educativa. La sua figura, associata a giocatori del calibro di Motto e Giulietti durante l’esperienza spezzina, rimane un esempio di coerenza e di dedizione assoluta a un unico ideale sportivo, vissuto lontano dai riflettori più accecanti ma con un impatto profondo su chi ha avuto la fortuna di incrociarne il percorso.




