Addio a Eugenio Perico, bandiera e capitano dell'Atalanta
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Redazione Sport
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È scomparso, dopo una lunga malattia contro la quale lottava dal 2018, Eugenio Perico, figura che ha impresso la sua dedizione totale al calcio e all'Atalanta per ben trentasei anni. La notizia della sua morte, avvenuta a 74 anni, ha riportato alla memoria, per coloro che hanno seguito le vicende nerazzurre tra gli anni Ottanta e il primo decennio del nuovo millennio, il profilo di un uomo integerrimo e di un calciatore tenace, le cui doti umane sono state celebrate, con commozione palpabile, dai compagni di squadra e dagli allievi. La sua carriera, che lo vide difensore di razza e poi allenatore meticoloso nel vivaio, si intrecciò in maniera indissolubile con la storia del club bergamasco, al quale diede un contributo decisivo in momenti di cruciale transizione.
Il percorso in campo, da Spezia all'approdo definitivo
Nativo di Curno, Perico mosse i primi passi nel settore giovanile dell'Atalanta, ma fu lo Spezia, nella stagione 1971-1972, a offrirgli il primo vero assaggio del calcio professionistico, in prestito proprio dai bergamaschi. In Liguria seppe immediatamente guadagnarsi la reputazione di giocatore affidabile e dal carattere solido, qualità che lo avrebbero accompagnato per tutta la sua avventura agonistica. Dopo altre esperienze, tra cui un lungo periodo all'Ascoli dove stabilì un record di presenze per il club, fece ritorno, nel 1981, all'Atalanta, il club del cuore. Qui visse gli anni più significativi della sua carriera da calciatore, contribuendo, con 173 presenze e due reti, a una doppia promozione dalla Serie C alla Serie A e indossando, con orgoglio, la fascia di capitano in un'epoca, quella della presidenza Sonetti, particolarmente vibrante per la società.
Il "papà" del gruppo e il mentore di Donadoni
Oltre al valore tecnico, Perico è ricordato per il suo ruolo di pilastro nel vestiario e di punto di riferimento per i più giovani. Un aneddoto, diventato quasi leggenda, lo vede ospitare presso la propria abitazione un giovanissimo Roberto Donadoni, facilitandone l'ambientamento e fungendo da guida in un mondo complesso come quello del calcio d'alto livello. Quella vicinanza, fatta di quotidianità condivisa tra un allenamento e l'altro, non fu un semplice gesto di cortesia, ma il segno di un carattere generoso e di una visione del gruppo come vera e propria famiglia, nella quale i legami andavano coltivati al di là del rettangolo di gioco. Lo stesso Donadoni, appresa la triste notizia, lo ha definito "un uomo buono", parole semplici che racchiudono un intero universo di rispetto e affetto.
La seconda vita da allenatore e l'impronta sul vivaio
Appesi gli scarpini al chiodo nel 1987, Perico non abbandonò minimamente l'orbita nerazzurra, intraprendendo con successo la carriera di allenatore nel settore giovanile, ruolo che ricoprì ininterrottamente fino al 2012. In questo lungo quarto di secolo, il suo marchio di fabbrica, fatto di rigore metodico e di una passione didattica viscerale, plasmò generazioni di calciatori, portando la formazione Giovanissimi a conquistare ben quattro titoli italiani. La sua dedizione era totale, al punto che Marino Magrin, suo ex compagno di squadra, ha sottolineato senza esitazione come Perico "vivesse per il pallone", definendolo una persona meravigliosa e carismatica di cui già si sente la mancanza. La sua scomparsa chiude un capitolo importante per il calcio bergamasco, lasciando il ricordo di un uomo che, in ogni ruolo svolto, ha sempre anteposto i valori del lavoro e della lealtà.




