Netanyahu e Trump, un accordo controverso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La recente intesa tra Israele e Hamas rappresenta una delle più complesse e controverse operazioni diplomatiche nella storia recente del conflitto israelo-palestinese. Il cessate il fuoco, frutto di una mediazione condotta sotto l’egida di Stati Uniti, Egitto e Qatar, prevede una tregua iniziale di 42 giorni, durante i quali Hamas rilascerà 33 ostaggi israeliani – tra cui donne, bambini e anziani – in cambio della liberazione di oltre 1.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Netanyahu ha annunciato di voler disegnare un nuovo Medio Oriente attraverso le operazioni militari che Israele ha compiuto nell’ultimo anno e mezzo su cinque fronti: la striscia di Gaza, il Libano, il lontano Yemen, la Siria e perfino la Repubblica islamica d’Iran, sul cui arsenale nucleare pende ancora un attacco preventivo che forse attende la luce verde di Trump dopo il 20 gennaio. Dentro lo scacchiere geopolitico di Gaza, prendiamo, per esempio, l’Iran che, dopo la tregua, ha parlato di «successo di Hamas». In realtà, secondo Acconcia, «se c’è un attore che è stato indebolito in questi 15 mesi di guerra, è proprio l’Iran. Innanzitutto, Teheran ha perso uno dei suoi principali alleati in Libano, Hassan Nasrallah, leader del movimento sciita Hezbollah, ucciso nei raid israeliani a Beirut lo scorso settembre. Questa perdita ha privato l’Iran di una figura centrale nel consolidamento della sua influenza in Libano».

Il primo segnale che Donald Trump non sarebbe stato tenero né accondiscendente con l’agenda e i temi di Benjamin Netanyahu si ebbe a pochi giorni dalle presidenziali di novembre. Il messaggio che il tycoon recapitò al premier israeliano non poteva essere più diretto: «Chiudi questa guerra prima dell’insediamento e porta a casa gli ostaggi». E da questa linea Donald Trump non si è mai discostato.

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