Le proteste a Istanbul continuano nonostante l’arresto del sindaco Imamoglu, mentre gli Usa esprimono preoccupazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione a Istanbul non accenna a placarsi, con migliaia di manifestanti – tra cui numerosi studenti – che da sette giorni riempiono le piazze per protestare contro l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu, principale avversario politico del presidente Recep Tayyip Erdogan. Cartelli e slogan inneggianti alla libertà e alla democrazia dominano le strade, mentre la repressione governativa alimenta ulteriori motivi di scontro.

La vicenda, che ha rapidamente assunto rilevanza internazionale, è finita sotto i riflettori dell’amministrazione statunitense, la quale, attraverso una nota del Dipartimento di Stato, ha espresso «preoccupazione» per gli sviluppi in Turchia. La presa di posizione arriva dopo l’incontro a Washington tra il segretario Marco Rubio e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, durante il quale sono emerse divergenze sulla gestione delle proteste e degli arresti. Erdogan, da parte sua, ha ribadito che l’inchiesta che ha portato alla detenzione di Imamoglu è nata da denunce presentate dallo stesso Partito Popolare Repubblicano (CHP), a cui il sindaco appartiene.

Intanto, l’opposizione turca ha intensificato la sua strategia di resistenza, promuovendo il boicottaggio di marchi, aziende e media considerati vicini al presidente. Una mossa che punta a colpire economicamente il governo, già alle prese con una crisi di consenso. A rendere più complesso il quadro, la decisione di X – precedentemente noto come Twitter – di opporsi alla censura imposta da Ankara, presentando ricorso alla Corte Suprema turca contro il blocco di 126 account legati a studenti e attivisti. Questi ultimi, sfruttando i social, hanno continuato a diffondere informazioni sulle proteste, nonostante i tentativi di limitarne la visibilità.

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