Piazza Affari e le altre Borse europee tentano il rimbalzo, ma l’incertezza dal Medio Oriente resta alta
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Redazione Economia
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Dopo due sedute passate in profondo rosso, sedute durante le quali il timore di un’escalation militare in Medio Oriente aveva letteralmente prosciugato la liquidità dai listini del Vecchio Continente bruciando qualcosa come 870 miliardi di euro, le principali piazze finanziarie europee hanno aperto la giornata di contrattazioni in terreno positivo, seppur con un cautela che appare più che mai giustificata dall’evolversi della situazione geopolitica. Milano, in particolare, ha visto il Ftse Mib guadagnare lo 0,06% nei primi scambi, attestandosi a 44.495 punti e strappando un timido +0,6% nelle ore successive, un segnale che gli operatori interpretano più come una sospirata pausa dal sell-off che come un’inversione di tendenza strutturale. La guerra in Iran, con i suoi possibili riverberi su uno stretto di Hormuz attraverso cui transita una fetta consistente del greggio mondiale, continua a rappresentare una variabile talmente imprevedibile da consigliare la massima prudenza, nonostante i tentativi di rialzo.
Il contrasto con quanto accaduto nelle ore precedenti sugli altri mercati globali non potrebbe essere più stridente, a dimostrazione di come la fiducia degli investitori rimanga un bene estremamente fragile e frammentato. Se l’Europa prova a respirare, l’Asia ha chiuso la sua sessione in un bagno di sangue: Seul è crollata del 12,06%, trascinata verso il basso dalle vendite a tappeto sui titoli tecnologici e industriali, mentre Tokyo ha lasciato sul terreno il 3,61% nonostante i tentativi della banca centrale nipponica di tranquillizzare i mercati. Solo la Cina, con i suoi listini di Shanghai e Shenzhen, è riuscita a limitare i danni e a contenere le perdite, beneficiando di un clima interno in parte protetto dalle turbolenze esterne, ma l’intero continente asiatico ha dovuto fare i conti con la nuova realtà di un conflitto che, diversamente da quelli recenti, minaccia direttamente le forniture energetiche.
In questo panorama desolante, un’eccezione ha attirato l’attenzione degli analisti, una specie di silenzioso faro in mezzo alla tempesta: il listino di Riad. Mentre i mercati occidentali e asiatici affondavano, l’indice saudita ha registrato un incremento dello 0,73%, un dato che in tempi normali potrebbe passare inosservato ma che ieri ha rappresentato un’oasi di stabilità. Il motivo di questa tenuta, spiegano gli esperti, è da ricercarsi nella natura stessa delle tensioni in corso: gli unici titoli che continuano a godere della fiducia degli investitori, in un contesto di paura generalizzata, sono quelli legati al settore petrolifero e all’energia in senso lato. L’Arabia Saudita, in quanto produttore chiave in grado di influenzare le decisioni dell’OPEC+, viene percepita come un bene rifugio in sé, o meglio come l’emblema di quei settori che dalla crisi potrebbero paradossalmente trarre giovamento da un’impennata del prezzo del greggio.




