Il 25 aprile al veleno, è scontro tra l’Anpi e la Brigata Ebraica
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Redazione Interno
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Milano. Il corteo che doveva celebrare l’81esimo anniversario della Liberazione si è trasformato in un campo di battaglia verbale, e le ripercussioni giudiziarie sono già state annunciate. La presenza della Brigata Ebraica – reduci e discendenti dei combattenti che affiancarono i partigiani contro il nazifascismo – ha innescato una reazione violenta da parte di alcuni manifestanti, costringendo le forze dell’ordine a intervenire per estrarre lo spezzone dal cuore della manifestazione e scortarlo al sicuro. È accaduto quando gruppi vicini alla causa palestinese hanno fisicamente bloccato l’avanzata dei delegati, accompagnando l’ostruzionismo con cori definiti dalle agenzie come "insulti choc" e frasi di inaudita gravità, tra cui i tradizionali slogan antisemiti che richiamavano alla mente la memoria dei forni crematori. Una delegazione del gruppo, visibilmente scossa, è stata successivamente ricevuta dal questore Bruno Megale per formalizzare la denuncia contro quanto accaduto.
In queste ore, però, la narrazione lineare di una piazza improvvisamente impazzita sta cedendo il passo a una versione dei fatti più complessa e articolata, almeno stando a quanto riportato da altre componenti del mondo ebraico presenti in via Senato. Mentre la Brigata veniva contestata, un altro gruppo – il Laboratorio Ebraico Antirazzista, insieme alla rete "Mai più indifferenti-Voci ebraiche per la pace" – sfilava senza alcun tipo di scorta, anzi, letteralmente "accolto con applausi e saluti affettuosi dai presenti". Questi ultimi, che esponevano striscioni contro il conflitto in Medio Oriente e non sventolavano bandiere nazionali, raccontano di non aver ricevuto "una parola fuori posto". Questo paradosso solleva un interrogativo secco: era la loro identità ebraica a essere presa di mira o piuttosto i simboli annessi a quella delegazione specifica?
Un incidente annunciato e la caccia alle responsabilità
L’escalation, in realtà, covava sotto la cenere già da giorni e non fu colta da un’organizzazione che, a posteriori, molti definiscono lacunosa. Già nelle ore precedenti la partenza, si percepiva una tensione palpabile tra i manifestanti: c’erano gruppi che occupavano posizioni non concordate e cori poco istituzionali che forse sarebbero dovuti essere isolati prima. Il nervo scoperto della questione riguarda il posizionamento nello schieramento: secondo la versione del presidente provinciale dell’Anpi, Primo Minelli, la Brigata Ebraica "doveva rimanere tra la Camera del Lavoro e le associazioni partigiane, quello era il loro posto". Invece, eccoli materializzarsi "in testa a tutti", creando un tappo umano reso ancor più esplosivo dalla presenza di vessilli provvisori.
Perché, come ha sottolineato Minelli, era stato raggiunto un accordo verbale con i rappresentanti della Brigata (tra cui Davide Romano) per evitare strumentalizzazioni: niente bandiere nazionali. Quell’intesa è saltata. Nello spezzone della Brigata, insieme alle insegne di Israele, sono apparse le foto di Donald Trump, di Benjamin Netanyahu e persino i vessilli dello scià Reza Pahlavi, portati da dissidenti iraniani presenti nel loro cordone. "Questo vuol dire che allora noi parliamo a vanvera" ha tuonato Minelli, sostenendo che la protesta non fu una sommossa organizzata dai soliti centri sociali, ma una "gente normale, comune, stufa di questa provocazione". L’Anpi, di conseguenza, ha rotto gli indugi annunciando battaglia legale per diffamazione contro il numero uno della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi: "Lo porteremo in tribunale perché dice cose false".
La replica della Comunità ebraica e il fronte antirazzista
Dall’altra parte della barricata, Meghnagi non solo respinge le accuse ma rovescia la prospettiva, promettendo a sua volta querele per antisemitismo. La sua tesi è che l’Anpi abbia deliberatamente "organizzato tutto" per escludere la presenza ebraica dalla piazza, e che l’irruzione dei contestatori fosse la logica conseguenza di questa istigazione subliminale. "Non è successo niente di grave?" si è chiesto retoricamente Meghnagi, sottolineando che le forze dell’ordine hanno dovuto estrarli per evitare il peggio, e che la colpa di questa emarginazione risiede nell’incapacità (o volontà) dei vertici dell’Anpi di garantire una celebrazione unitaria. Le parole usate da Meghnagi sono pesantissime: accusa dirigenti come Pagliarulo di essere "antisemiti senza saperlo".
Tuttavia, l’elemento che più incrina la compattezza del fronte ebraico milanese è proprio la testimonianza del Laboratorio Antirazzista. Questi giovani ebrei, che nei loro striscioni chiedevano il "cessate il fuoco" e denunciavano la deriva del governo Netanyahu, hanno sfilato serenamente fianco a fianco con gli altri manifestanti. La loro esperienza dimostra che la piazza del 25 aprile, nel suo insieme, non era abitata da un mostro a due teste antisemita. Se la Brigata è stata contestata, sostengono i membri del Lea, è perché ha scelto di farsi portatrice di un messaggio politico che molti, nel giorno dedicato alla Resistenza contro i totalitarismi, hanno percepito come una vera e propria provocazione. La loro presenza con i simboli della destra nazionalista israeliana e americana ha trasformato il ricordo storico in un atto di parte, rendendo inevitabile lo scontro che già aleggiava nell’aria.




