Scontro sul 25 aprile a Milano, la Brigata ebraica non arretra: “Basta con le censure”
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Redazione Interno
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Milano, come spesso accade nelle ricorrenze che affondano le radici nella memoria divisa del Paese, è stata teatro di una nuova, aspra polemica che rischia di lasciare un segno ben oltre la giornata della Liberazione. Al centro della bufera c’è ancora una volta la Brigata ebraica, la cui partecipazione al corteo ha scatenato una reazione a catena che coinvolge il sindaco Beppe Sala, le forze politiche e persino le aule giudiziarie. La decisione – contestatissima da una parte del centrosinistra e da alcuni collettivi – di sfilare esponendo le bandiere di Israele ha riacceso la miccia di un conflitto che sembrava sopito, portando il presidente della Comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi, a parlare senza mezzi termini di “antisemitismo allo stato puro”. Di fronte alle pressioni ricevute dal Comune e alle critiche per la scelta di portare quei simboli in piazza, la risposta della Brigata è secca e senza appello: non cederanno di un millimetro. Anzi, come hanno fatto sapere attraverso i loro rappresentanti, l’intenzione è quella di replicare la presenza anche il prossimo anno, con un aggravio non indifferente per i loro oppositori, e cioè la volontà di portare anche le bandiere degli Alleati. “Continueremo a portare quelle bandiere in difesa della verità storica – hanno dichiarato – Basta arretrare”.
Le indagini della polizia e il calvario della portabandiera
Mentre la bagarre politica infuriava nelle stanze del Comune, dove il consiglio è andato in tilt per mancanza di numero legale su una mozione di Forza Italia, dall’altra parte della barricata si consumava un dramma personale di una violenza inaudita. Cristina Miriam Chiaffoni, che da quattro anni è il volto della Brigata Ebraica durante le celebrazioni del 25 Aprile, ha subito un autentico linciaggio virtuale solo per aver esposto il vessillo con la Stella di David. La donna si è vista recapitare un messaggio whatsapp da un profilo che si cela dietro il nome agghiacciante di “Cacciatore di ebrei”, un testo nel quale le si augurava la morte, arrivando a scrivere che le SS “avrebbero dovuto finire il lavoro”. A completare l’opera, circa quattrocento commenti di odio sui profili social, un “girone infernale” – come li ha definiti la stessa Chiaffoni – dove le vittime della Shoah venivano derise con una crudeltà che lascia sgomenti. La Digos, come riportano le prime ricostruzioni, sta ora scandagliando la rete per risalire all’intestatario di quel numero telefonico e per identificare gli autori di quei post, nella speranza di dare un volto a un odio che ha superato ogni limite consentito dalla legge.
La posizione del sindaco Sala e la spaccatura nella comunità
Se da un lato c’è chi subisce minacce, dall’altro il primo cittadino Beppe Sala ha cercato di arginare la polveriera definendo “un errore” la presenza delle bandiere israeliane tra i partecipanti, giudicandola una “provocazione” evitabile e, a suo dire, contraria a un accordo informale preso con l’Anpi per garantire lo svolgimento pacifico del corteo. Una posizione, quella del sindaco, che ha scatenato l’ira di Meghnagi; il presidente della Comunità ebraica ha accusato Sala di utilizzare la “logica perversa” di chi, di fronte a un’aggressione, dà la colpa alla vittima per come era vestita, equiparando le parole del primo cittadino a una gravissima forma di ambiguità morale. Il caso, però, ha generato spaccature anche dentro la stessa Comunità ebraica milanese: non tutti, infatti, condividono la linea durissima di Meghnagi né l’idea di portare la vicenda in ambito giudiziario o di alzare ulteriormente il tiro con l’amministrazione. C’è, come spesso accade, chi vorrebbe ricucire lo strappo e chi invece ritiene inaccettabile qualsiasi forma di concessione a quella che definiscono una deriva negazionista e antisemita, rivelando un pluralismo di vedute che in queste ore si sta consolidando piuttosto che attenuandosi.
Le parole che bruciano e la memoria offesa
Sullo sfondo di questa bagarre infinita restano le parole che hanno segnato la giornata, quelle che fanno più male perché colpiscono la memoria di milioni di morti. “Eri meglio come saponetta” è solo una delle frari rilanciate nei confronti della portabandiera, un riferimento agghiacciante agli orrori dei forni crematori che dimostra come certe ignominie non abbiano mai smesso di circolare, in attesa solo di un pretesto per emergere. Mentre la politica litiga e il centrodestra annuncia contro-mobilitazioni, l’inchiesta della polizia procede serrata, cercando di decifrare se dietro quei profili anonimi – alcuni localizzati apparentemente negli Stati Uniti ma quasi certamente manovrati da qui – si nascondano singoli folli o una regia più strutturata. Quel che è certo è che la ferita, per chi ha sfilato e per chi ha subito gli insulti, è destinata a rimanere aperta, e il clima per le prossime celebrazioni si preannuncia già carico di una tensione che neanche l’intervento delle istituzioni sembra capace di placare.




