Oro sotto 4.200 dollari, la debolezza tecnica regge mentre le banche centrali continuano a comprare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il future sull'oro con scadenza dicembre 2026 apre la seduta in territorio negativo e conferma il recente cedimento dell'area di supporto compresa tra 4.200 e 4.170 dollari. La pressione ribassista resta in corso, eppure il metallo prezioso mostra una capacità di tenuta che gli consente di conservare un margine di sicurezza rispetto alla soglia psicologica dei 4.000 dollari. Sul mercato spot la quotazione scivola a 4.132 dollari l'oncia, in calo dello 0,20 per cento, mentre sul Comex il contratto di dicembre arretra dello 0,51 per cento fermandosi a quota 4.132 dollari.

La pressione dei rendimenti Treasury

A pesare sulle quotazioni è soprattutto il quadro obbligazionario statunitense. I rendimenti dei Treasury restano elevati e alimentano il costo opportunità di detenere un'attività che non genera interessi, come appunto l'oro. Il decennale americano si attesta intorno al 5,09 per cento, in lieve flessione rispetto alle sedute precedenti ma su livelli che continuano a rendere poco attraente il metallo giallo per gli investitori finanziari.

Il mercato sconta inoltre il rischio di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, ipotesi che secondo il FedWatch del Cme resta viva per la riunione di fine ottobre, anche se le probabilità sono state ridimensionate dalle recenti dichiarazioni dei funzionari. La combinazione tra rendimenti alti e attese di politica monetaria restrittiva spiega perché il recupero dell'oro appaia finora fragile, nonostante la tenuta dei corsi sopra quota 4.100.

L'acquisto delle banche centrali secondo Goldman Sachs

A offrire un sostegno di natura diversa, e meno sensibile alle oscillazioni di breve periodo, è la domanda ufficiale. Secondo le stime di Goldman Sachs, ad agosto gli istituti centrali hanno acquistato 79 tonnellate di metallo prezioso, un dato molto superiore alla media di 17 tonnellate mensili registrata prima del 2022. Su base trimestrale e destagionalizzata, gli acquisti viaggiano a un ritmo di 85 tonnellate al mese.

La Cina si conferma il principale acquirente identificabile, con 25 tonnellate nel mese, mentre le riserve auree delle banche centrali estere depositate presso la Federal Reserve di New York sono diminuite di 40 tonnellate e quelle custodite dalla Bank of England sono aumentate di 46 tonnellate.

Per gli analisti della banca d'affari statunitense, la domanda degli istituti centrali rappresenta un sostegno strutturale: i paesi emergenti, e in particolare Pechino, restano sottopesati sull'oro rispetto alle allocazioni plausibili nel lungo periodo, e le ragioni che spingono a diversificare le riserve rispetto alle valute del G7, dai rischi geopolitici a quelli finanziari, non mostrano segni di esaurimento.

Il quadro tecnico e i livelli da monitorare

Sul piano grafico, il cedimento del supporto a 4.200-4.170 dollari ha indebolito la struttura di breve periodo, ma il future continua a difendere la fascia superiore ai 4.000 dollari, dove si concentra la soglia psicologica di riferimento. Gli operatori guardano ora alla tenuta di quest'area: un suo mantenimento potrebbe favorire una fase di consolidamento, mentre la perdita del livello esporrebbe il metallo a ulteriori arretramenti.

Il quadro resta condizionato dal braccio di ferro tra la pressione dei rendimenti obbligazionari, che limita il potenziale di recupero, e la domanda delle banche centrali, che tende a fare da pavimento nelle fasi di correzione. Nella mattinata il future dicembre 2026 si mantiene sotto i 4.200 dollari, confermando una dinamica ancora debole ma non priva di difese.

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