Mps, il ritorno di Lovaglio e la linea dura della maggioranza: Bisoni presidente, agli avversari neanche le briciole
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Redazione Economia
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È durata appena ventinove giorni, per usare un arco temporale che restituisce l’idea di una cesura rapidissima, la rimozione di Luigi Lovaglio dalla guida operativa del Monte dei Paschi di Siena. Un mese meno un giorno, per l’esattezza: tanto ha resistito la delibera con cui il precedente consiglio di amministrazione – lo stesso che lo aveva silurato con la revoca delle deleghe e il licenziamento da direttore generale – aveva cercato di chiudere definitivamente la partita col suo manager. Ieri, nella prima riunione del nuovo corso voluto dall’assemblea del 15 aprile, Lovaglio ha ripreso in mano le redini della banca più antica del mondo, forte di un mandato che, nelle intenzioni della maggioranza che lo sostiene, deve suonare come un segnale di discontinuità netta rispetto alle esitazioni del passato.
Un cda fiume e la spaccatura in aula
La seduta del nuovo board, quella che doveva essere una semplice riunione di insediamento a Rocca Salimbeni, si è trasformata in un braccio di ferro durato nove ore, dove il clima tesissimo ha finito per certificare l’assenza di qualsiasi volontà di mediazione tra gli schieramenti. Nonostante i tentativi – solo vagamente accennati dalla componente sconfitta – di trovare un’intesa che ricomponesse la frattura, la maggioranza espressa da Plt Holding ha tirato dritto per la propria strada, applicando alla lettera la logica della “legge del vincitore”. Così, se Lovaglio è stato riconfermato amministratore delegato e direttore generale con i pieni poteri – “in continuità con l’assetto della precedente consiliatura”, precisa la nota ufficiale – è l’intera architettura dei vertici a raccontare la portata del terremoto.
La presidenza del cda è andata a Cesare Bisoni, professore emerito ed ex numero uno di Unicredit, promosso dalla lista di Pierluigi Tortora. E per le due vicepresidenze – ruoli che talvolta vengono usati come segnali di apertura alle minoranze – la scelta è caduta su due fedelissimi della stessa compagine: Flavia Mazzarella, alla quale sono state affidate le funzioni vicarie (già presidente di Bper Banca), e Carlo Corradini. Un’occupazione totale dei gangli nevralgici che non lascia spazio a interpretazioni ambigue.
L’autovotazione e lo scontro sui comitati
La nomina del tandem Lovaglio-Bisoni – va detto – è passata grazie al voto compatto degli otto consiglieri della lista Plt, i quali non hanno esitato a sostenere anche le candidature dei due vertici. Una dinamica, questa dell’autovotazione, che nelle stanze della finanza italiana è parsa a più di un osservatore come un’anomalia non da poco, considerata la portata simbolica dell’operazione. Dall’altra parte della barricata, i sei rappresentanti della lista dell’ex cda (quella che faceva capo all’azionista Caltagirone) e la consigliera di Assogestioni si sono schierati compatti all’opposizione, mentre l’ex ministro Corrado Passera ha preferito astenersi, segno di un malumore difficile da ricucire.
E se sul fronte delle grandi cariche la partita è chiusa, il primo round di scontri si è riacceso subito dopo sulla composizione dei comitati interni. L’unico a vedere la luce è stato il comitato nomine – presieduto da Patrizia Albano e composto da Massimo Di Carlo, Paola Leoni Borali e la stessa Flavia Mazzarella – mentre la definizione degli altri quattro (remunerazione, operazioni con parti correlate, rischi e sostenibilità, digitalizzazione) è stata rinviata alla prossima seduta. Un segnale inequivocabile di come, nonostante la chiara superiorità numerica, la governabilità del nuovo corso sia destinata a muoversi su un crinale molto sottile.
Le crepe nella fortezza e la vigilanza della Bce
La scelta di non concedere spazi alla minoranza non è priva di conseguenze pratiche, se è vero – come raccontano le cronache di sala – che i consiglieri della lista sconfitta starebbero valutando l’ipotesi di un esposto formale alla Consob e alla Banca centrale europea. Un’eventualità, questa, che rischia di proiettare ombre lunghe sulla gestione ordinaria della banca proprio nel momento in cui l’istituto è chiamato a digerire l’integrazione con Mediobanca, l’operazione da 16 miliardi che ha rappresentato la scintilla della guerra tra i soci.
Lovaglio, dal canto suo, non ha mai fatto mistero di voler procedere spedito con il delisting della merchant bank, un punto su cui era nato lo strappo con il presidente uscente e con la compagine di Caltagirone. E se il mercato, per ora, sembra aver accolto con cauto ottimismo la fine dell’incertezza, resta da capire se un consiglio di amministrazione spaccato in due – e dove la minoranza controlla comunque sei poltrone su quindici – potrà tradursi in un freno o, al contrario, in una spinta per l’azionariato diffuso. Quello che appare chiaro, al termine di queste ore convulse, è che a Siena nessuno ha alcuna intenzione di fare sconti. La pace, almeno per il momento, è un’opzione che nessuno dei contendenti sembra voler prendere in considerazione.




