Il calcio italiano e le riforme (inascoltate) di Baggio e Allegri tra dossier ignorati e profezie tecniche

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Prima Roberto Baggio, poi Massimiliano Allegri. Due voci, entrambe vincenti – seppur con ruoli diversi – hanno provato a indicare una strada, ma il settore tecnico della Figc, da tempo in tilt, ha preferito non ascoltarle. Nel 2011, il “Divin Codino” – reduce da una carriera che l’aveva consegnato alla leggenda – si presentò in Federcalcio con un piano dettagliato di novecento pagine, intitolato “Rinnovare il futuro”. Quel dossier, frutto del lavoro di oltre cinquanta collaboratori, conteneva progetti concreti per scovare e coltivare talenti, ripensare i vivai e aggiornare i metodi di allenamento. Eppure, prima di essere accolto, Baggio dovette attendere cinque ore in anticamera; poi gli concessero solo un quarto d’ora, e il documento finì presto cestinato.

L’anticamera di cinque ore e le dimissioni da presidente

Su proposta di Giancarlo Abete, allora presidente della Figc, e d’accordo con Renzo Ulivieri (presidente dell’AIAC), Roberto Baggio era diventato alla fine del 2010 – a un mese dal disastro mondiale del Sudafrica, dove l’Italia campione in carica uscì perdendo 3-2 contro la Slovacchia – presidente del Settore Tecnico federale. L’incarico, però, si rivelò un calvario. Nel 2013 si dimise con una frase secca: “Non amo occupare le poltrone”. Nessuno aveva mai davvero tenuto conto delle sue proposte; quelle novecento pagine restarono lettera morta, nonostante contenessero analisi precise sull’incremento dei vivai, sulla formazione degli istruttori e sulla necessità di ridurre il numero di extracomunitari nei campionati giovanili. Lo stesso Baggio avrebbe poi raccontato l’umiliazione subita: “Godot non si era fatto aspettare, non lo hanno fatto parlare”. Un’amara citazione beckettiana che lui, il campione chiamato “Godot” da Gianni Agnelli, aveva capito prima degli altri.

Le parole di Allegri e la ricetta per i giovani dimenticata

Sei anni dopo quelle ore d’anticamera, fu la volta di Massimiliano Allegri. Al termine di una partita della Juventus, l’allenatore livornese rilasciò alcune frasi che – volendo riassumere – dettavano una vera e propria ricetta di formazione per i giovani calciatori. Allegri parlò di carichi di lavoro, di tempi di recupero, di importanza della tecnica individuale prima di ogni tattica collettiva. Le sue parole, però, non trovarono seguito nei quadri federali: nessuna circolare, nessun aggiornamento dei corsi per allenatori, nessun dibattito strutturato. Il settore tecnico, già in affanno per la gestione del dopo-Baggio, continuò a procedere per inerzia, ignorando anche quell’appello.

Un dossier tornato attuale dopo l’ennesima esclusione

La mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale – la terza consecutiva, un dato che fa impressione se si pensa al palmares azzurro – ha riacceso i riflettori su quel lavoro abbandonato. Il dossier di Baggio, proposto originariamente dopo il flop sudafricano del 2010, è tornato di moda negli ambienti giornalistici e tra qualche dirigente pentito. Dentro quelle pagine – ignorate per anni – c’erano soluzioni per rivoluzionare il sistema: dalla riduzione del numero delle squadre nei campionati giovanili alla creazione di centri federali di eccellenza, dall’obbligo di licenze specifiche per gli osservatori fino a un nuovo modello di reclutamento dei talenti nelle periferie. Nessuna di quelle indicazioni venne mai tradotta in atto. E oggi, mentre si discute ancora dell’ennesima crisi, resta il fatto che due personaggi diversi per ruolo e temperamento – Baggio e Allegri – avevano capito prima degli altri dove il calcio italiano stava sbagliando. Nessuno li ha ascoltati, e il conto, amaro, lo paghiamo tutti domenica dopo domenica.

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