Il caso Lyhanna e i segnali dall’America ignorati dalla Francia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Prima che la piccola Lyhanna venisse trovata senza vita in quel silo abbandonato nel dipartimento del Gers, un organismo americano specializzato nella lotta alla pedocriminalità online aveva già più volte cercato di avvertire Parigi. Il comportamento che Jérôme Barella, il principale indiziato per l’omicidio dell’undicenne, teneva su Internet – un’attività sospetta legata allo scambio di materiale o a contatti con minori – aveva innescato un meccanismo di allerta oltreoceano.

Secondo quanto ricostruito dall’emittente BFM TV e ripreso da Le Monde, l’ufficio statunitense di riferimento per la sicurezza in rete, il National Center for Missing & Exploited Children (NCMEC), aveva regolarmente trasmesso queste segnalazioni all’Ufficio nazionale dei minorenni francese (Ofmin), sperando in un intervento che, nei fatti, non è mai arrivato prima della tragedia.

Duecentomila segnalazioni l’anno e un’occasione persa nel 2023

L’allarme, scoperto solo dopo l’omicidio quando gli inquirenti hanno passato al setaccio la vita del 41enne, sembra risalire al 2023. Un dettaglio, quest’ultimo, che getta un’ombra lunga sull’efficacia del filtro burocratico transatlantico. L’Ofmin, infatti, riceve ogni anno circa 200mila segnalazioni provenienti dagli Stati Uniti; una mole ingestibile che, nelle intenzioni degli specialisti francesi, andrebbe prioritizzata in base alla gravità e alla pertinenza.

In quel caso specifico, però, lo scambio sulla messaggistica – sebbene coinvolgesse una minorenne – fu archiviato come “debole” o “insufficiente” per aprire un’indagine giudiziaria, soprattutto perché non conteneva esplicitamente foto pedopornografiche o minacce violente. Una valutazione che oggi, alla luce del ritrovamento del corpo della piccola Lyhanna, appare drammaticamente inadeguata, anche se conforme alle prassi di un sistema costantemente sommerso da richieste di intervento.

La recidiva e l’allargamento dell’inchiesta alla famiglia

Mentre la Francia sepolcrale si stringeva attorno alla bara della bambina durante i funerali a Fleurance, la procura allargava il proprio raggio d’azione ben oltre la figura del padre della sua amica. A complicare ulteriormente il quadro giudiziario, infatti, è finito il fratello dell’assassino presunto, Yannick Barella, fermato con l’accusa di aver stuprato due sue ex compagne. La sua posizione è già complessa: messo sotto inchiesta, è stato successivamente rilasciato e affidato alla libertà vigilata, una decisione che la procura non ha esitato a contestare. Non solo.

Lo stesso padre dei due, un uomo di 71 anni finito sotto i riflettori delle indagini, è stato denunciato per lo stupro di una delle sue nipoti, fatti che risalirebbero al periodo compreso tra il 2010 e il 2013, quando la bambina aveva tra i 10 e i 13 anni.

L’assedio ai giudici e il fallimento sistemico delle istituzioni

L’eco del caso Lyhanna ha rapidamente varcato i confini della cronaca nera per trasformarsi in una resa dei conti politica e sociale. I giudici, accusati di lassismo e incompetenza da una larga fetta dell’opinione pubblica e dalla classe politica, si trovano oggi sotto una pressione inaudita; alcuni di loro denunciano un clima da “vendetta popolare” fomentato ad arte dai media. Dietro la rabbia, però, ci sono numeri oggettivi difficili da ignorare.

Il direttore generale della gendarmeria nazionale ha ammesso senza giri di parole che si è trattato di un “fallimento”, sottolineando un problema strutturale: le denunce per violenze sessuali sono quasi raddoppiate dal 2019 (passando da 28mila a oltre 50mila all’anno), mentre l’apparato fatica ad adattarsi a un flusso di lavoro diventato ingestibile. Un’inefficienza, questa, che ha reso possibile l’impensabile: che un pedofilo recidivo come Barella, già noto alle forze dell’ordine per precedenti denunce, potesse muoversi liberamente fino a incontrare Lyhanna.

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