La “banda del buco” e quei rumori ignorati al Vomero: le oscillazioni nel sottosuolo erano l’allarme
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Redazione Interno
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Erano segnalazioni che si trascinavano da settimane, una sorta di campanello d’allarme soffocato dal fragore metropolitano di piazza Medaglie d’Oro. Rumori sordi che risalivano dal ventre di Napoli, accompagnati da quelle oscillazioni percepibili tra le mura dei condomini limitrofi alla filiale del Credit Agricole. L’ultimo episodio – quello che gli inquirenti considerano oggi il preludio più chiaro del colpo – risale al sabato antecedente la Pasqua, quando le vibrazioni del sottosuolo hanno smesso di essere un’eco indistinta per trasformarsi in una sorta di spia meccanica. Nessuno, però, sembra aver letto quel segnale come l’avvisaglia di uno scavo criminale; i residenti, anzi, li avevano rassegnatamente ricondotti al transito della metropolitana o all’attività di qualche cantiere, senza immaginare che a pochi metri di distanza, sotto l’asfalto, qualcuno stava pazientemente costruendo la via d’accesso al caveau.
Un piano in controluce tra fogne e cantieri fantasma
La ricostruzione del colpo, avvenuto lo scorso 16 aprile, si gioca oggi su due livelli: quello superficiale e quello ipogeo, con i carabinieri che scandagliano metro per metro la condotta fognaria. Affiancati dal geologo Gianluca Minin – in qualità di ausiliario di polizia giudiziaria – e dai tecnici dell’Abc, gli investigatori stanno verificando l’ipotesi che la base operativa della banda fosse allestita in un luogo insospettabile, magari un garage o un finto cantiere a ridosso della banca. Non si tratta di una semplice intrusione, ma di un’opera ingegneristica mimetizzata: il cunicolo, lungo una dozzina di metri e largo quanto le spalle di un uomo, non sarebbe infatti solo un varco, ma il terminale di una strategia più ampia, studiata per eludere i sensori sismici e i sistemi di vigilanza notturna. La presenza di tombini sigillati nelle adiacenze della piazza rappresenta un ulteriore tassello, un tentativo di ritardare l’eventuale intervento delle forze dell’ordine mentre i malviventi – suddivisi tra “scavatori”, “incursori” e pali esterni – eseguivano la loro partitura.
L’analisi dell’ex rapinatore: “Quell’attesa fu un regalo”
Nel dibattito post-rapina emerge un punto di vista tecnico, privo di retorica, firmato da chi quel mondo lo ha vissuto dall’interno. Francesco Ghelardini, ex componente della famigerata “Banda della Comasina” (una vita trascorsa fianco a fianco con Vallanzasca e Stefanini, prima della redenzione nel settore sanitario a Pisa), analizza i minuti successivi al blitz con il rigore del mestierante. Ghelardini lo definisce senza mezzi termini: un errore madornale, quello di concedere ai banditi quelle due ore di attesa prima dell’arrivo dei Gis. Secondo la sua lettura, mentre gli ostaggi venivano liberati e le forze dell’ordine concentravano l’attenzione sull’ingresso principale (e sulla macchina civetta lasciata come diversivo), la banda sfruttava quei novanta minuti preziosi per allontanarsi indisturbata attraverso il reticolo fognario. “Quando gli ostaggi sono fuori”, spiega l’ex rapinatore, “la priorità avrebbe dovuto essere piantonare i tombini nel raggio di un chilometro”. E invece, quell’intervallo di tempo si è rivelato la chiave di volta per far perdere le tracce agli uomini talpa.
Le cassette vulnerabili e il dettaglio dell’accesso al caveau
Sul fronte dell’inchiesta giudiziaria, un’altra discrepanza strutturale ha catturato l’attenzione degli inquirenti, quella relativa alla vulnerabilità delle cassette di sicurezza. A differenza delle protezioni blindate riservate ai clienti storici della filiale, alcune cassette – quelle trasferite circa due anni fa dalla succursale di via Scarlatti – erano sistemate a vista, fuori dagli armadi corazzati. Una differenza che non è passata inosservata a chi ha pianificato il colpo, tanto che i malviventi avrebbero avuto bisogno di un semplice cacciavite per far leva e forzarle. Si indaga ora sul registro degli accessi al caveau, un elenco che custodisce i nomi di tutti coloro che hanno avuto modo di visionare l’area nei mesi precedenti. La tesi del “basista”, cioè di un informatore che possa aver fornito la planimetria esatta dei locali, diventa ogni giorno più consistente, anche alla luce di alcune analogie con un tentativo di rapina fallito a Roma nell’agosto del 2022 – un precedente che vide un malvivente rimanere intrappolato sotto terra per otto ore e che la Procura di Napoli sta ora vagliando per trovare eventuali punti di contatto.
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