La banda del buco al Vomero: un cantiere offshore nel sottosuolo di Napoli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un aspetto, nella rapina che ha sconvolto la quiete apparente di piazza Medaglie d’Oro, che restituisce la misura esatta della sfida lanciata allo Stato: non la violenza, in fondo assente, ma la geometria militare del colpo. Sergio De Marco, direttore generale dell’Abc (l’azienda idrica del Comune), non usa mezzi termini quando descrive ciò che i tecnici hanno trovato strisciando nei budelli fangosi della rete fognaria; lo definisce, quasi con un misto di rispetto professionale e orrore, un “lavoro durato mesi”. Furgoni carichi di attrezzatura pesante, probabilmente parcheggiati in falsi cantieri, e una logistica da film: chi ha scavato il tunnel, a suo avviso, non è la stessa persona che ha tenuto in scacco i dipendenti. Sono due mestieri diversi, due mentalità che raramente coincidono, e questa separazione dei ruoli racconta di un’organizzazione compartimentata, spietatamente efficiente.

L’anatomia di un’infiltrazione silenziosa

I rilievi del geologo Gianluca Minin, che collabora con gli inquirenti come ausiliario di polizia giudiziaria, hanno restituito un dato tecnico inquietante: il cunicolo che dalla fogna principale porta sotto il caveau è lungo una dozzina di metri, alto quanto basta per strisciare, e scavato esclusivamente a mano. Non c’è traccia di rivestimenti o sostegni, solo terra di riporto e cocci antichi; una scelta, quest’ultima, che trasformava ogni metro di avanzamento in un rischio concreto di crollo, come ha confermato lo stesso Minin dopo i sopralluoghi. I banditi hanno lavorato per settimane in condizioni di instabilità idrogeologica, usando secchi e palette, e hanno persino sfruttato le piogge invernali per far defluire parte del materiale di risulta. L’ipotesi investigativa, al momento, è che la base operativa fosse un garage o un locale adiacente, magari un cantiere insospettabile, dove i rumori del sottosuolo sono stati a lungo scambiati per normali vibrazioni edili.

I quaranta minuti e la regia in superficie

Mentre i tagliatori si facevano strada nel buio, in superficie la copertura era già perfettamente mimetizzata. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso due “pali” – così vengono definiti negli ambienti investigativi – che sorvegliavano la piazza da un paio d’ore prima dell’assalto, alternando finte passeggiate a soste apparentemente casuali davanti a un bar. La tempistica è stata millimetrica: l’irruzione è durata poco più di mezz’ora, eppure è bastata a forzare decine di cassette di sicurezza. Uno dei malviventi, si legge nei rapporti, ha bloccato la porta antipanico con un bastone trovato proprio lì, come se ne conoscesse l’esatta collocazione. Questo dettaglio, unito alla precisione del foro praticato nel pavimento (centrato esattamente sopra l’area del caveau), ha spinto i carabinieri a concentrare le verifiche sulla pista del “basista”.

Un cliente nella rete fognaria

L’attenzione si è spostata così sui clienti della filiale, in particolare su chi aveva accesso alle cassette di sicurezza. Per gli inquirenti, è sempre più plausibile che qualcuno abbia fornito alla banda planimetrie, abitudini e punti deboli dell’istituto, magari nel corso di normali visite in banca. Esclusa, almeno per ora, l’ipotesi di una talpa tra i dipendenti (i sistemi informatici non contengono i dati sui singoli contenuti delle cassette), la ricerca si concentra su un volto insospettabile, forse uno dei tanti che quella mattina hanno assistito alla scena. Nel frattempo, la filiale Crédit Agricole del Vomero ha riaperto i battenti, presidiata dai carabinieri in assetto antisommossa; un gesto di normalità, quello del rientro, che non cancella però l’eco dei colpi sordi provenuti dal sottosuolo.

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