L’ombra del basista e il cunicolo di 12 metri: i detective nel ventre di Napoli per risalire alla “banda del buco”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si tratta soltanto di un’eccezionale abilità nel sottosuolo, quella che ha permesso ai componenti della cosiddetta “banda del buco” di penetrare nella filiale del Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, quanto piuttosto di una sapienza logistica che, a giudicare dai primi riscontri investigativi, non poteva prescindere da una talpa insospettabile in superficie. Le indagini, coordinate dalla procura di Napoli e condotte dai carabinieri del nucleo investigativo, ruotano con crescente insistenza attorno alla figura di questo basista: un individuo, si ipotizza, dall’identità insospettabile, che avrebbe fornito agli esecutori materiali della rapina – quelli che giovedì scorso hanno fatto saltare il cancello d’ingresso – le coordinate precise non solo per localizzare il caveau, ma anche per sincronizzare l’irruzione con gli orari di minor affollamento o di massima vulnerabilità della sorveglianza. Se da un lato l’azione dimostra una pianificazione quasi militare, dall’altro il sospetto degli inquirenti si concentra su come i malviventi abbiano potuto aggirare i sistemi di allarme senza lasciare tracce evidenti nei livelli superiori dell’edificio, il che rende l’ipotesi del “finto cliente” o del dipendente colluso la pista più battuta in queste ore.

L’ingegneria del fango e la divisione del lavoro criminale

Scendere nei cunicoli che attraversano le viscere del Vomero, dove la conduttura fognaria si intreccia con cavità storiche e pericolose colate di tufo, richiede una perizia che Sergio De Marco, direttore generale dell’Abc (l’azienda idrica del Comune), non ha esitato a definire “da grandi professionisti”. E lo ha fatto, sia pur con la necessaria cautela, sottolineando come chi ha materialmente scavato la galleria – un tunnel lungo circa dodici metri e alto tra i 70 e i 90 centimetri, appena sufficiente per muoversi carponi – non sia quasi certamente la stessa persona che ha impugnato la pistola durante la rapina. Il geologo Gianluca Minin, che affianca i carabinieri in qualità di ausiliario di polizia giudiziaria, ha già realizzato una ricostruzione tridimensionale degli scavi, confermando che l’opera è stata eseguita a mano per settimane intere, in un ambiente definito “ostile e saturo di esalazioni nauseabonde”, con il rischio concreto di frane improvvise. È questa la prova della ferrea divisione del lavoro all’interno del commando: da una parte gli “specialisti del sottosuolo”, probabilmente già noti alle cronache giudiziarie per precedenti simili (si vedano le analogie con un colpo fallito a Roma nell’agosto 2022, quando un crollo costrinse i pompieri a ore di lavoro per salvare un malvivente), dall’altra gli incursori che sono emersi dal pavimento del caveau per neutralizzare i presenti.

I “pali” in piazza e la fuga cronometrata nei sotterranei

Mentre all’interno la tensione saliva, all’esterno un’altra pedina giocava la sua parte silenziosa: le telecamere di sorveglianza hanno infatti restituito immagini – al vaglio degli inquirenti – di almeno due complici che, mimetizzati nella frenesia della piazza, avrebbero stazionato nell’area per un paio d’ore prima del colpo. Magari sorseggiando un caffè o fingendo una telefonata, questi “pali” avevano il compito di avvisare la banda in caso di arrivo delle forze dell’ordine, garantendo così quella bolla di sicurezza necessaria per divellere le cassette di sicurezza. E il piano, sotto questo punto di vista, ha funzionato alla perfezione: una volta udito l’allarme, mentre fuori i carabinieri del Gis si preparavano a fare irruzione con dispositivi stordenti, i rapinatori sono già scivolati di nuovo nel buco da cui erano venuti. Secondo le stime fornite dallo stesso Minin, la fuga vera e propria – dal caveau fino al punto di uscita dal sistema fognario – ha richiesto circa quaranta minuti. Un tempo relativamente breve, se si considera la necessità di procedere carponi per i primi metri, che spiega come la banda abbia potuto disperdersi prima che il perimetro fosse completamente sigillato. A tradire la loro presenza, nel sottosuolo, sono rimasti solo alcuni attrezzi da scasso, un gruppo elettrogeno e alcuni contenitori per il trasporto del materiale di risulta, ora sottoposti a rilievi scientifici per estrarre eventuali impronte digitali.

Le cassette “a vista” e la pista dell’insider

Se l’aspetto tecnico dell’irruzione è impressionante, la selezione del bottino solleva interrogativi ancora più specifici per le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli. Nonostante i malviventi abbiano avuto a disposizione l’intero caveau, i loro colpi sembrerebbero essersi concentrati su un lotto specifico di cassette di sicurezza: quelle provenienti dalla filiale chiusa di via Scarlatti, trasferite nel caveau di piazza Medaglie d’Oro circa due anni fa. A differenza dei vani blindati destinati agli altri correntisti, queste circa trecento cassette erano posizionate “a vista”, cioè non protette da ulteriori armature metalliche, un dettaglio che le rendeva vulnerabili agli attrezzi da scasso e che presuppone una conoscenza approfondita della disposizione interna della banca. I detective stanno quindi setacciando i registri degli accessi al caveau, alla ricerca di visitatori sospetti che nei mesi precedenti possano aver studiato la planimetria, così come stanno analizzando le immagini dei giorni antecedenti il colpo per intercettare l’ombra di quell’insospettabile che ha agito da mentore. Al momento, l’entità del malloppo rimane un’incognita: i titolari delle cassette, circa una quarantina quelli che hanno già denunciato la spoliazione, dovranno ora quantificare il danno per le assicurazioni, ma la strada dei rimborsi – che prevedono massimali standard intorno ai 52mila euro – si preannuncia irta di ostacoli legali, soprattutto in assenza di inventari fotografici dei beni custoditi.

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