Guerra all’Iran, gli arsenali Usa scendono sotto il livello critico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra all’Iran sta consumando una quantità di munizioni americane tale da alimentare nel Pentagono il timore che gli arsenali Usa non siano più sufficienti per affrontare con la stessa capacità eventuali minacce provenienti da Cina e Russia. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi, i pianificatori militari guardano con crescente preoccupazione agli effetti del conflitto sulle riserve disponibili. La situazione viene descritta come particolarmente grave in Europa, dove le scorte americane di intercettori Pac-3 destinati ai sistemi Patriot e di missili terra-terra Atacms sarebbero considerate da alcuni funzionari “oltre il livello critico”. Il problema riguarda quindi non soltanto il fronte iraniano, ma anche la possibilità per Washington di mantenere risorse adeguate in altri scenari strategici.

Il Pentagono teme la carenza di Patriot, THAAD e Atacms

Le preoccupazioni si concentrano soprattutto sull’elevato consumo di alcuni dei sistemi d’arma più sofisticati impiegati dagli Stati Uniti. Tra quelli indicati figurano i sistemi di difesa antimissile PAC-3 Patriot e THAAD, alcuni strumenti utilizzati per intercettare i droni, i missili di superficie a lunga gittata e alta precisione ATACMS e munizioni guidate come le bombe plananti AGM-154. Il loro impiego nella guerra contro l’Iran avrebbe ridotto le disponibilità al punto da generare un confronto interno sulle conseguenze di uno sforzo militare prolungato. Al Pentagono circolano inoltre critiche secondo cui la strategia seguita avrebbe finito per indebolire la stessa capacità militare americana che l’amministrazione intendeva rafforzare.

Un ulteriore segnale delle tensioni emerge da un documento intercettato dal Washington Post, che mostra divisioni tra l’Amministrazione statunitense e i comandanti militari sulle scelte compiute. Secondo l’avvertimento attribuito agli alti ufficiali, l’attuale dispiegamento delle forze Usa in Medio Oriente per affrontare la crisi iraniana non sarebbe sostenibile nel medio periodo. Proseguire con lo stesso livello di impegno rischierebbe di ridurre la capacità degli Stati Uniti di rispondere ad altre minacce alla sicurezza, sia nel resto del mondo sia all’interno dei propri confini. Il nodo centrale riguarda quindi la durata dello sforzo militare e la quantità di risorse necessarie per sostenerlo senza compromettere altri dispositivi di difesa.

Il costo della guerra supera 37,5 miliardi di dollari

Alla pressione sulle scorte di armi si aggiunge quella economica. Hesgeth ha stimato che gli Stati Uniti abbiano già sostenuto oltre 37,5 miliardi di dollari di costi per il conflitto contro l’Iran, mentre il Pentagono ha chiesto al Congresso altri 67,1 miliardi per coprire le spese dell’anno, in gran parte collegate alla guerra in Medio Oriente. Le cifre accompagnano l’allarme degli apparati militari sulla sostenibilità dell’operazione e mostrano quanto il confronto con Teheran stia assorbendo risorse finanziarie oltre che munizioni. Nel dibattito interno americano, il consumo degli arsenali e l’aumento della spesa vengono così collegati alla possibilità che Washington disponga di margini inferiori qualora dovesse affrontare contemporaneamente nuove crisi.

Il problema assume un peso particolare perché le preoccupazioni indicate dai funzionari riguardano direttamente due aree considerate sensibili, Europa e Asia, e le possibili minacce provenienti da Russia e Cina. Le scorte americane presenti in Europa sono al centro dell’allarme soprattutto per la disponibilità degli intercettori Pac-3 e degli Atacms, mentre il consumo di sistemi THAAD, strumenti anti-drone e munizioni di precisione amplia il numero delle capacità militari sottoposte a pressione. È su questo punto che si concentrano le critiche dei comandanti: l’impegno contro l’Iran, se mantenuto agli attuali livelli, potrebbe limitare la prontezza degli Stati Uniti davanti a crisi diverse da quella mediorientale.

Cala negli Stati Uniti il sostegno agli attacchi contro l’Iran

Parallelamente alle valutazioni del Pentagono, diminuisce anche l’appoggio degli americani alla gestione della Casa Bianca nei confronti di Teheran. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto alla fine di agosto indica che soltanto il 31% degli statunitensi approva gli attacchi contro l’Iran. A marzo la quota era del 37%, con una diminuzione di sei punti percentuali. Il calo del consenso arriva mentre emergono le stime sui costi sostenuti, la richiesta di nuovi fondi al Congresso e gli avvertimenti militari sulla disponibilità delle munizioni più sofisticate, elementi che stanno alimentando il confronto interno sulla capacità degli Stati Uniti di sostenere il conflitto senza ridurre le risorse destinate ad altri scenari.

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