Us Navy senza soldi, l’Iran mette sotto pressione arsenali e forze

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Us Navy senza soldi e i marinai delle portaerei nel Golfo senza paga sono il segnale più immediato di una pressione che, secondo le informazioni emerse, riguarda più in generale lo sforzo militare americano legato alla guerra contro l’Iran. Il punto centrale non riguarda soltanto le risorse economiche, ma anche il consumo di munizioni e sistemi d’arma avanzati, arrivato a livelli tali da suscitare preoccupazioni tra pianificatori e funzionari statunitensi. Il timore è che l’impiego prolungato di mezzi in Medio Oriente possa ridurre la capacità degli Stati Uniti di rispondere contemporaneamente ad altre minacce, in particolare quelle associate a Cina e Russia, con conseguenze che vengono considerate rilevanti anche per Europa e Asia.

Patriot, THAAD e ATACMS sotto pressione per la guerra in Iran

La guerra contro l’Iran avrebbe assorbito una quantità molto elevata di munizioni americane, al punto da alimentare allarmi interni sulla tenuta degli arsenali. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal sulla base di funzionari statunitensi, la situazione sarebbe particolarmente delicata in Europa, dove le scorte americane di intercettori PAC-3 destinati ai sistemi Patriot e quelle dei missili terra-terra ATACMS vengono considerate da alcuni funzionari oltre il livello critico. Il problema si inserisce in un contesto nel quale gli Stati Uniti devono continuare a sostenere più teatri contemporaneamente, mentre le richieste di sistemi di difesa e munizioni ad alta precisione restano elevate e la disponibilità di alcune armi viene descritta come sempre più limitata.

Le critiche che circolano al Pentagono si concentrano soprattutto sull’altissimo consumo dei sistemi più sofisticati. Tra quelli indicati figurano i PAC-3 Patriot e i THAAD per la difesa antimissile, alcuni strumenti destinati all’intercettazione dei droni, i missili di superficie ATACMS a lunga gittata e alta precisione e munizioni di precisione come le bombe plananti AGM-154. L’elemento che emerge è quindi il costo operativo di una campagna che richiede un impiego continuo di armamenti complessi e difficili da sostituire rapidamente. La pressione sugli arsenali non viene presentata come un problema circoscritto al Medio Oriente, perché incide direttamente sulla possibilità di mantenere disponibilità sufficienti anche negli altri scenari considerati prioritari dagli Stati Uniti.

Il nodo delle scorte Usa tra Europa, Asia e Medio Oriente

La questione riguarda direttamente anche l’Europa. Nei primi mesi successivi all’invasione russa dell’Ucraina era molto diffusa la previsione secondo cui Mosca avrebbe presto esaurito i propri missili, mentre oggi il quadro descritto è diverso: la Nato deve cercare intercettori Patriot da destinare a Kiev proprio mentre gli Stati Uniti affrontano un forte consumo delle proprie scorte in Iran. Questo passaggio mette in evidenza la difficoltà di sostenere nello stesso momento esigenze operative diverse, perché gli stessi sistemi o categorie di munizioni risultano importanti sia per il sostegno all’Ucraina sia per la protezione delle forze e degli interessi americani in Medio Oriente.

Secondo le valutazioni riportate, i pianificatori militari statunitensi temono che il consumo di armamenti possa indebolire la capacità di risposta non soltanto in Europa, ma anche in Asia. Le preoccupazioni riguardano infatti eventuali minacce provenienti dalla Cina e dalla Russia, mentre una quota consistente delle risorse disponibili viene assorbita dalla crisi iraniana. Il problema non viene descritto soltanto in termini quantitativi: l’attenzione è concentrata proprio su sistemi avanzati di difesa antimissile, intercettazione e attacco di precisione, cioè strumenti che assumono un ruolo centrale nei diversi scenari strategici in cui gli Stati Uniti potrebbero essere chiamati a intervenire.

Il documento che definisce insostenibile il dispiego militare Usa

Le tensioni sulla gestione dello sforzo militare emergono anche da un documento intercettato dal Washington Post, indicato come prova delle divisioni tra l’amministrazione americana e i comandanti sulle scelte compiute. Nel documento, l’attuale dispiego di forze militari statunitensi in Medio Oriente per affrontare la crisi in Iran viene definito insostenibile nel medio periodo. Il rischio indicato è quello di indebolire la capacità dell’America di far fronte ad altre minacce alla propria sicurezza, non soltanto nel resto del mondo ma perfino entro i suoi stessi confini. Si tratta di un giudizio che collega direttamente l’intensità dell’impegno in Iran alla possibilità di mantenere un margine operativo sufficiente su più fronti.

Dentro questo scenario si inseriscono anche le critiche rivolte al presidente Donald Trump, accusato negli ambienti citati di avere spinto troppo avanti la guerra a tappe contro l’Iran e di avere così indebolito la stessa potenza militare americana che intendeva rafforzare. Le osservazioni non riguardano una singola operazione, ma l’effetto cumulativo dell’impiego di intercettori, missili a lunga gittata, sistemi contro i droni e munizioni guidate di precisione. Il dato che accomuna le diverse valutazioni è la crescente preoccupazione per la sostenibilità dello sforzo: dalle risorse della Us Navy alle scorte Patriot, THAAD e ATACMS, la pressione viene descritta come capace di produrre effetti ben oltre il teatro iraniano.

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