Dentro i data center che alimentano l’AI, tra la corsa all’energia e la sfida dei superconduttori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Bisogna vederli, quei capannoni che spuntano come funghi nelle periferie delle metropoli o in mezzo al deserto, per capire la portata di una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando non solo il web, ma il nostro stesso rapporto con il territorio. I data center, quelli che ospitiamo anche in Italia e che abbiamo visitato per capire cosa si celi dietro il trionfo dell'intelligenza artificiale, sono la spina dorsale di un'economia, quella digitale, che corre a velocità doppia rispetto alla capacità delle nostre reti elettriche di sostenerla. Strutture immense, spesso invisibili agli occhi dei più, che divorano kilowatt e litri d'acqua con una voracità che mette in crisi intere comunità, sollevando interrogativi a cui la politica, sia a Roma che a Bruxelles, fatica a rispondere.

Il nodo, com'è facile immaginare, è tutto lì, nella corrente che scorre. L'energia necessaria per far funzionare i server e per raffreddarli, una voce di costo che sta diventando insostenibile. È in questo scenario di fame crescente che colossi come Microsoft stanno valutando soluzioni ai limiti della fantascienza, o forse no. L'azienda di Redmond, come riportano alcune analisi specializzate, sta esplorando seriamente l'impiego di cavi superconduttori ad alta temperatura, gli HTS, per ripensare completamente l'architettura elettrica dei propri impianti -1-3. Una tecnologia che, se superata la fase di testing, permetterebbe di trasmettere energia a resistenza zero, azzerando le dispersioni di calore e, di conseguenza, riducendo drasticamente la necessità di quei mastodontici sistemi di raffreddamento che oggi pesano come un macigno sui bilanci e sull'ambiente.

La sfida dei superconduttori e l'illusione dei gigawatt fantasma

Il principio, in sé, è affascinante e apparentemente semplice: cavi realizzati con nastri di ossido di rame e bario, materiali che, una volta raffreddati a temperature criogeniche (seppur "alte" rispetto agli standard della fisica), conducono elettricità senza alcuna perdita -3-5. Questo significa che un singolo cavo HTS potrebbe trasportare la stessa potenza di dieci cavi di rame tradizionali, occupando uno spazio irrisorio e, particolare non trascurabile per chi deve fare i conti con le proteste dei comitati di cittadini, richiedendo fasce di rispetto larghe appena due metri contro i settanta delle linee aeree convenzionali -5. Microsoft, forte anche di un fondo per il clima, sta accelerando su questo fronte, consapevole che senza un salto di qualità nella distribuzione elettrica, l'espansione dell'AI rischia di fermarsi ben prima dei limiti imposti dalla potenza di calcolo dei chip.

Eppure, se ci si addentra nei numeri, si scopre un paradosso interessante. In Italia, il dibattito sui consumi dei data center è spesso infiammato da cifre che, a guardarle bene, raccontano più una domanda speculativa che la realtà effettiva. Si parla di decine di gigawatt richiesti, ma gli esperti del settore, come quelli raccolti dall'Associazione Italiana Internet Provider, invitano alla calma: molte di quelle richieste sono doppie o triple, frutto di una fase di scouting in cui gli sviluppatori bussano a più porte, e alla fine i consumi reali al 2030 saranno molto inferiori alle previsioni catastrofiste -2. Un fenomeno, questo dei "data center fantasma", che si osserva anche negli Stati Uniti, dove le utility ricevono richieste per centinaia di gigawatt che non si tradurranno mai in cemento e silicio -2.

L'intreccio inevitabile tra digitale e infrastrutture locali

Quel che è certo, al di là delle esagerazioni, è che l'impatto di queste infrastrutture è ormai tangibile. A Milano, ad esempio, dove si concentra quasi la metà della potenza nazionale, la Regione Lombardia ha dovuto correre ai ripari, stilando linee guida ad hoc per cercare di governare un fenomeno che rischia di mandare in tilt la rete elettrica locale, soprattutto nei mesi estivi -6. Il problema, come spiegano i tecnici, non è tanto la quantità assoluta di energia, ma la sua concentrazione in aree ristrette, un po' come accade con i grandi impianti sportivi o i centri commerciali, che richiedono cabine primarie e potenze dedicate. E se da un lato le big tech promettono di pagare di tasca propria gli aggiornamenti delle reti per non far lievitare le bollette dei cittadini, dall'altro l'amministrazione pubblica arranca, priva ancora di un codice ATECO specifico per i data center e di un quadro normativo chiaro che ne disciplini l'insediamento -6-10.

La verità è che energia e informazione, un tempo mondi separati, oggi viaggiano su binari intrecciati in modo inestricabile. La gestione intelligente delle reti, quella che dovrebbe ottimizzare i flussi e ridurre gli sprechi, dipende sempre di più dalla capacità di calcolo dei data center, creando un circolo vizioso in cui la soluzione a un problema diventa essa stessa parte del problema. E mentre i politici discutono e i territori si organizzano come possono, nei laboratori di mezzo mondo si lavora a tecnologie, come l'informatica neuromorfica o, appunto, i superconduttori, che promettono di ridurre i consumi di un fattore dieci o venti -2. Una rivoluzione nella rivoluzione, che forse, un domani, renderà questi templi del silicio molto meno assetati di quanto non lo siano oggi.

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