Energia e banche centrali: i rincari alimentano l’incertezza, poi ci sono le variabili d’aprile

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il costo dell’energia, lievitato dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, continua a tenere sotto scacco i mercati finanziari, eppure – come emerge dalle analisi incrociate tra i maggiori gestori globali – molte delle oscillazioni osservate nelle ultime settimane derivano da fattori tecnici e da una cronica bassa liquidità, piuttosto che da un effettivo peggioramento dei fondamentali economici. Questa dinamica, che alimenta una sequenza di notizie altalenante capace di passare bruscamente dal pessimismo all’ottimismo, finisce per accrescere il rischio, per le Banche centrali, di commettere errori di politica monetaria. Si trovano infatti strette tra la necessità di frenare l’inflazione e quella, altrettanto pressante, di non soffocare una crescita già fragile. Una fragilità che, come sottolineato dall’Ocse per bocca di Scarpetta, ha un nome preciso: l’incertezza paralizza il mondo dell’energia, e solo misure mirate e precise possono evitare ripercussioni severe.

Le variabili che nessuno si aspetta

Se la guerra in Medio Oriente continuerà a monopolizzare l’attenzione – e lo farà, quantomeno per tutto il prossimo mese – gli investitori farebbero bene a non guardare solo al fronte iraniano. Kristina Hooper, chief market strategist di Man Group, ha individuato cinque variabili da seguire con attenzione in aprile, perché capaci di esercitare impatti diretti sui movimenti di mercato. Si parte dai segnali di difficoltà dei consumatori statunitensi, passa attraverso la prossima decisione della Federal Reserve, arriva ai risultati aziendali del primo trimestre, senza dimenticare l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato. C’è poi un evento apparentemente periferico, ma tutt’altro che trascurabile: le elezioni parlamentari in Ungheria, che potrebbero riaccendere tensioni sul fronte europeo delle politiche fiscali.

Lo Stretto di Hormuz e il peso del debito

I venti di recessione spirano dal Medio Oriente verso l’Occidente, minacciando una ripresa globale già gravata da debiti pubblici in aumento. Al centro della tempesta – fisica e finanziaria – si trova l’approvvigionamento energetico mondiale, con lo Stretto di Hormuz a fare da nodo cruciale. Qualsiasi scossone in quella zona, anche solo annunciato, si traduce immediatamente in un’impennata della volatilità. Eppure, nonostante i prezzi del petrolio siano rimasti a ridosso dei cento dollari al barile per un mese e mezzo, le borse hanno retto meglio del previsto. A sorpresa, il Ftse Mib si muove addirittura sopra i livelli precedenti lo scoppio del conflitto, mentre il Dax tedesco ha perso quasi il 6% e l’Eurostoxx 600 il 3,3%. A Wall Street, l’S&P 500 cede leggermente, ma il Nasdaq guadagna ancora lo 0,7%.

Le 25 azioni italiane e il paradosso della tregua

Con una tregua in Iran allo studio – sebbene ancora incerta – Piazza Affari ha già selezionato le 25 azioni da non perdere, quelle che potrebbero beneficiare di una stabilizzazione dei prezzi energetici. Il ragionamento di fondo, che Arif Husain (CFA, head of global fixed income e chief investment officer di T.) condivide con gli analisti più accorti, è che la sequenza di notizie, passando continuamente dall’allarme alla distensione, genera più rumore che sostanza. Per questo, i gestori evitano di inseguire il sentiment del momento e preferiscono concentrarsi sulla liquidità e sui fondamentali di medio termine. In un contesto dove l’Europa resta fragile sul gas, e dove le Banche centrali rischiano di sbagliare tempistica, la differenza la faranno – più che le geopolitiche – le scelte tecniche e la capacità di leggere i segnali minori, quelli che nessun titolo in prima pagina racconta.

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