"Go home": la protesta dei tifosi del Milan fa rumore, ma due macchie oscurano la contestazione
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Redazione Sport
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La stagione del Milan, fallimentare sotto ogni aspetto, si è chiusa con un’amara contestazione che ha travalicato i confini del calcio italiano, finendo persino sulle pagine del New York Times. La mancata qualificazione a qualsiasi competizione europea ha esasperato una frattura già profonda tra la proprietà di Gerry Cardinale e RedBird, da un lato, e i tifosi rossoneri dall’altro. Quella che era una tensione latente è diventata un conflitto aperto, culminato nelle proteste di domenica scorsa prima e durante Milan-Monza, partita quasi irrilevante se non fosse stata l’occasione per la Curva Sud – e non solo – di esprimere tutto il proprio dissenso.
La contestazione, per quanto legittima e civile nella forma, è stata però offuscata da due episodi che ne hanno smorzato la portata. Il primo: lo striscione che rimproverava al club essersi costituito parte civile nell’inchiesta giudiziaria sulle Curve. Un dettaglio che, se letto tra le righe, solleva interrogativi su quanto il malcontento sia davvero solo sportivo. Il secondo, ancora più grave, è l’aver coinvolto Franco Baresi, bandiera indiscussa del Milan, in cori e insulti ingiustificabili. Un errore tattico e morale, che rischia di indebolire la credibilità di una protesta altrimenti comprensibile.
Già dalla scorsa estate, del resto, gli screzi tra tifosi e dirigenza erano evidenti. Ma ciò che si è visto a San Siro – fischi ai giocatori, cori contro la società, cartelli con scritte come "Go home" – è solo l’ultimo capitolo di una crisi che va ben oltre i risultati sul campo. Il corteo organizzato prima della partita, passato davanti agli uffici di Casa Milan, ha dimostrato una rabbia organizzata, non più contenibile.




