Federico Gatti e la Bosnia, la sfida del fango e dello spirito per cancellare la “Generazione S”
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Redazione Sport
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Sarajevo – Enormi buche, pozzanghere e cunette di fango all’esterno della sbarra, nel tortuoso e dissestato percorso che porta allo spartanissimo quartier generale della Football Academy: il pullman con a bordo i giocatori lo ha attraversato con grande fatica. Ma sono fradici e appesantiti pure i due campi da gioco, ripuliti sommariamente dalla neve — copiosa e consistente — caduta nelle ultime ore, mentre la Nazionale italiana si prepara a calpestare il prato gelato dello stadio Bilino Polje di Zenica. In questo scenario, che sa di trincea più che di campo da calcio, si gioca domani una delle partite più pesanti degli ultimi anni. La “Generazione S”, quella senza Mondiale dal lontano 2014, fa il conto alla rovescia per togliersi dal curriculum quella consonante così fastidiosa, e lo deve fare in una periferia calcistica bosniaca convertita in centro della storia azzurra, dove l’unica cosa concessa sarà la concentrazione più totale.
A due giorni dalla finale playoff, Federico Gatti ha parlato chiaro ai microfoni della Rai, senza girarci intorno. La sua analisi parte dal risultato già ottenuto giovedì contro l’Irlanda del Nord — “la cosa più importante era vincere e passare alla finale” — ma si proietta subito sulla necessità di trovare quelle energie psicofisiche che serviranno per superare l’ostacolo Bosnia. Il difensore della Juventus lo sa bene: non ha mai giocato in questi luoghi, ma gli hanno descritto un campo dalle dimensioni ridotte, con i tifosi letteralmente addosso, una sfida che definisce “maschia”. C’è una consapevolezza, nella sua voce, che il valore tecnico da solo non basterà. “Sono sicuro che ci sarà lo spirito di voler morire per il compagno”, ha affermato, richiamando un concetto di sacrificio che in queste partite secche, dove si rischia di rimanere fuori da ogni vetrina internazionale per un altro ciclo, diventa l’unica bussola possibile.
Il viaggio in Bosnia, per questa Italia, ha un sapore espiatorio, quasi catartico. Gatti ha ammesso l’esistenza di un peso specifico non indifferente: “C’era e c’è una certa aria, il peso di un Paese sulle spalle”. E se la prima parte della sfida di Bergamo contro l’Irlanda del Nord aveva mostrato una squadra contratta, quasi impaurita dal fantasma delle precedenti eliminazioni (quelle del 2018 e del 2022), il difensore piemontese invita a trovare la giusta alchimia tra responsabilità e leggerezza. “Dobbiamo approcciare al massimo senza sprecare troppe energie nei giorni prima”, ha spiegato, indicando che la gestione emotiva della vigilia sarà determinante quanto la tattica. La stanchezza mentale, in questi casi, può tradirsi in quella “paura” che l’ex campione del mondo Bruno Conti aveva notato sugli spalti dell’Atleti Azzurri d’Italia e che spera sia stata spazzata via dalla ripresa del secondo tempo.
La trappola di Sarajevo e il ricordo di un’altra epoca
Il contesto in cui l’Italia si trova a giocarsi il pass per il Nord America è oggettivamente ostile. Le cronache raccontano di un allenamento bosniaco nel fango di Sarajevo, di un pullman italiano che ha dovuto faticare per raggiungere il quartier generale della squadra locale in mezzo a buche e dissesti. L’azzurri si sono rinserrati in un hotel poco di lusso, circondati dalle acciaierie di Zenica, in un ambiente dove non c’è spazio per lo scialo ma solo per le cose concrete. C’è un sottofondo storico, in questa trasferta, che riporta alla memoria il novembre del 1996. Allora l’Italia fu la prima Nazionale a giocare in una Sarajevo ancora ferita dall’assedio, una partita che andava oltre il risultato sportivo e che segnò la prima vittoria in assoluto della Bosnia come nazione indipendente. Trent’anni dopo, il contesto geopolitico è cambiato, ma la durezza dello scontro e il valore simbolico della posta in palio restano altissimi.
Gatti, dal canto suo, non si lascia distrarre dalle provocazioni ambientali o dalle dichiarazioni che rimbalzano. Quando gli hanno chiesto delle critiche o dell’aria che tira, la sua risposta è stata secca e diretta: “Non mi piace parlare prima delle partite. Al giorno d’oggi chiunque si sente in grado di poter giudicare. I discorsi lasciamoli agli altri”. Una frase che suona come un monito alla sua squadra per isolarsi dal rumore di fondo e concentrarsi solo sulla prestazione. L’obiettivo è chiaro: portare a casa un risultato che, nelle sue parole, “può cambiare il futuro di ognuno di noi”. E per farlo, Gatti sa di poter contare su un condottiero in panchina come Gennaro Gattuso, di cui elogia la capacità di portare “brillantezza ed energia” al gruppo, un percorso che i risultati recenti stanno aiutando a consolidare.
L’avversario Dzeko e la fisicità del campo
Se c’è un volto che rappresenta la minaccia bosniaca, quello è Edin Dzeko. Il capitano, nonostante l’età che avanza, resta il faro di una squadra che sogna di ripetere l’impresa del 2014. Gatti lo conosce bene: ci ha giocato contro al primo anno alla Juventus, quando Dzeko era all’Inter, e non ha esitato a definirlo “attaccante molto forte”, aggiungendo che “la sua carriera parla per lui”. La sfida fisica con l’attaccante della Roma sarà uno dei tanti duelli che decideranno le sorti della partita, ma il difensore azzurro sembra guardare oltre il singolo avversario, concentrandosi su un concetto più ampio di adattamento.
E qui si torna al campo, quello gelato e probabilmente pesante di Zenica. Le condizioni meteo avverse hanno costretto l’Italia a un cambio di programma, con la squadra di Gattuso che si allenerà a Coverciano prima di partire, proprio per preservare le gambe da un terreno che potrebbe rivelarsi una trappola. Gatti, però, liquida la questione con la sua consueta schiettezza: “Ho giocato in campi peggiori. Non so che condizioni ci potranno essere, ma dovremo essere pronti a tutto”. È la filosofia dell’“110%”, quella che prescinde dalle variabili esterne e si appella alla forza del gruppo. L’Italia cerca la rivincita dopo anni di delusioni, e lo fa dovendo attraversare il fango bosniaco, con la consapevolezza che a parlare, alla fine, sarà solo il campo.




