L’azzurro, la telecamera indiscreta e la Bosnia che aspetta: dentro la vigilia di una finale mondiale
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Redazione Sport
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Forse, nel gesto sfuggito a Dimarco, Esposito e Vicario, c’era solo l’inconfessabile sollievo di chi, da professionista, valuta il percorso meno impervio. E in effetti, in quel frammento di spogliatoio che il Fratello televisivo ha trasformato in caso nazionale, la sostanza era semplice: meglio la Bosnia del Galles. Una preferenza, certo, ma una di quelle che, se fosse stata rovesciata, avrebbe acceso un’analoga scintilla di risentimento. Perché la reazione bosniaca, quella rabbia comprensibile filtrata dalle colonne dei quotidiani sportivi, non è che lo specchio di una verità scomoda ma universale: nessuno accetta di essere considerato l’avversario più comodo, specialmente quando si gioca in casa propria e con un sogno mondiale a fare da posta.
A ribadire che la sfida di martedì sera a Zenica non sarà una formalità ci ha pensato, a distanza di giorni, Miralem Pjanić. Intervenuto nel podcast Sky Sport Unplugged, l’ex centrocampista di Juventus e Roma ha scelto parole che suonano come un avvertimento a mezza strada tra la provocazione e la certezza: “Vi aspetta una bolgia”, ha detto, costruendo un’immagine che per i giocatori italiani è tutto tranne che una novità. Pjanić, che di questo gruppo bosniaco è ancora un punto di riferimento morale più che tecnico, ha insistito sul concetto di riscatto, ricordando come il legame storico tra i calciatori bosniaci e il nostro campionato renda l’appuntamento particolarmente sentito. Non è solo una partita di calcio, nella sua ricostruzione, ma un incrocio di storie che rende il campo un luogo di verifica quasi personale.
La notte di Zenica e il vecchio leone Dzeko
L’Italia arriva a questa finale dopo un 2-0 controllato contro l’Irlanda del Nord, una partita risolta senza patemi ma che ha confermato alcune fragilità nella costruzione dal basso. I bosniaci, invece, arrivano dal brivido dei calci di rigore contro il Galles, un passaggio del turno sofferto che ha messo in luce una qualità che gli azzurri conoscono fin troppo bene: la resistenza e la freddezza di chi ha già giocato partite di questo peso. A tenere in vita la Bosnia, nei minuti finali dei tempi regolamentari, è stato ancora una volta Edin Dzeko. L’attaccante, che in Serie A ha costruito gran parte della sua leggenda, ha trovato il goal del pari all’ultimo respiro, trascinando i compagni ai supplementari prima dell’epilogo dagli undici metri. È un dato che non si può ignorare, perché parla della capacità di questa squadra di non cedere mai, di aggrapparsi ai propri leader anche quando il copione sembra scritto.
Pjanic e il coro dei veterani: l’effetto spogliatoio
Se l’esultanza finita in onda aveva il sapore di un errore di comunicazione, le parole di Pjanić hanno il peso di chi quella partita l’ha già giocata centinaia di volte. “La Bosnia ha chi risolve la partita da solo”, ha aggiunto, facendo un chiaro riferimento non solo a Dzeko ma a una generazione di calciatori cresciuti nei campi più difficili d’Europa. Il centrocampista ha parlato di “voglia di riscatto” e di “morale diverso”, termini che nel lessico sportivo non sono mai casuali. Indicano un gruppo che ha superato le difficoltà (il Galles) e che ora si sente libero di giocare, di trasformare la pressione in adrenalina. Per l’Italia, abituata a gestire il peso della maglia, si profila un avversario pericoloso proprio perché non ha nulla da perdere, ma tutto da dimostrare sul proprio campo.
Un avversario costruito in serie A e non solo
Il sorteggio ha voluto che il cammino mondiale degli azzurri passasse attraverso la conoscenza. La Bosnia che affronterà l’Italia martedì è una squadra che nello spogliatoio parla, in molti casi, la stessa lingua dei nostri giocatori. Dall’eterno Dzeko a vecchie conoscenze del nostro calcio, passando per profili meno noti ma altrettanto insidiosi. Tra i pali c’è Nikola Vasilj, portiere classe 1995 nato a Mostar, che rappresenta quella continuità generazionale che i balcanici sanno esprimere meglio di altri. Non c’è solo il blasone degli ex di Serie A, insomma, ma una struttura solida, una difesa che ha retto ai gallesi e una capacità di soffrire che sarà messa alla prova dal palleggio italiano. Ma la vera arma, quella che Pjanić ha voluto sottolineare con più forza, è il clima: il Bilino Polje è descritto come un anfiteatro caldo, ostile, in cui l’errore si paga a caro prezzo e in cui ogni fischio dell’arbitro diventa un pugno di tensione in più.
Description: L’Italia affronta la Bosnia in una finale playoff Mondiali 2026. Tra il gesto degli azzurri finito in tv e gli avvertimenti di Pjanic, la sfida a Zenica si preannuncia tesa.




