Il “fortino” di Zenica si dimezza, ma la pressione per l’Italia resta totale
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Redazione Sport
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L’ultimo atto che separa la Nazionale di Gennaro Gattuso dal sogno mondiale – appuntamento mancato per due edizioni consecutive, un’assenza che pesa come un macigno sulla storia del calcio italiano – si giocherà in uno scenario che promette tensione, acustica asfissiante e una carica emotiva difficilmente replicabile altrove. Martedì prossimo, sul prato del Bilino Polje di Zenica, l’Italia affronterà la Bosnia-Erzegovina per un posto in Canada, Stati Uniti e Messico, e lo farà in un contesto profondamente alterato dalle sanzioni internazionali: la Fifa, intervenuta dopo i gravi incidenti verificatisi durante la gara contro la Romania nello scorso novembre, ha imposto una riduzione della capienza del 20%, trasformando di fatto il "fortino" in un'arena dalla capienza dimezzata.
La morsa della Fifa e il taglio degli spalti
A pesare sulla preparazione dell’evento non sono solo le dinamiche di campo, ma una decisione disciplinare che ridisegna i contorni della sfida. Le motivazioni ufficiali del provvedimento – che ha colpito la federazione bosniaca con una sanzione economica e, appunto, la chiusura parziale dell’impianto – parlano chiaro: "comportamento scorretto, discriminazione, razzismo e disturbo durante gli inni nazionali". Questo significa che, a fronte di una capienza ufficiale che si aggira attorno ai 13.600 posti, lo stadio funzionerà a regime ridotto, ospitando non più di 8.800 spettatori totali. Eppure, chi è abituato a frequentare questi ambienti sa bene che il numero, in questo caso, conta fino a un certo punto. Le sezioni chiuse – in particolare la tribuna Sud e le prime tre file della tribuna Ovest – riducono il numero di corpi ma non l’intensità del rumore, amplificato da un’architettura che, come ha sottolineato qualche settimana fa lo stesso Pjanic, è priva di pista d’atletica e tiene i sostenitori letteralmente a ridosso del rettangolo verde.
Miralem Pjanic, ex centrocampista di Roma e Juventus e vero totem di questa nazionale balcanica, ha provato a mettere in guardia gli azzurri in queste ore. Le sue parole, rilasciate alla Gazzetta dello Sport, non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche: "A Zenica faremo il fuoco. Non sarà piacevole per gli italiani essere lì, credimi. Non sarà semplicemente una partita di calcio: sarà una battaglia sportiva". Il tecnico Gattuso, dal canto suo, ha già avvertito i suoi riguardo all’ambiente ostile, descrivendo la Bosnia come una selezione di "vecchi marpioni" pronti a sfruttare ogni minima distrazione per ribaltare i pronostici. L’impresa di Cardiff, dove la squadra di Barbarez ha eliminato il Galles ai rigori, è lì a testimoniare una capacità di sofferenza e una coesione che lo stesso Pjanic ha definito l’arma principale di questo gruppo.
L’esultanza azzurra e il derby della paura
Ma non è solo la cornice a rendere questo appuntamento delicato. Le ultime ore sono state animate anche da un retroscena che ha acceso gli animi, quel sottile gioco psicologico che spesso accompagna le vigilia delle grandi sfide. Giovedì sera, mentre l’Italia completava il proprio dovere contro l’Irlanda del Nord – formalizzando il passaggio del turno – l’identità dell’avversaria era ancora avvolta nell’incertezza: Galles e Bosnia stavano dilungandosi nei tempi supplementari. Fu in quella finestra temporale, quella di attesa spasmodica, che alcuni giocatori italiani furono sorpresi dalle telecamere mentre seguivano in diretta la lotteria dei rigori che alla fine ha premiato i bosniaci [citation:original]. Un’esultanza, quella per la qualificazione dell’avversaria, che in molti hanno letto come una sorta di preferenza, e che il ministro dello Sport Andrea Abodi ha liquidato come una "polemica inutile", tentando di smorzare un clima già di per sé rovente [citation:original].
Nel calcio moderno, quello che conta è la capacità di restare ancorati ai fatti concreti. E i fatti dicono che l’Italia dovrà fare a meno di quella spinta numerica che solo un grande seguito può garantire. Il contingente azzurro, in questo caso, rimarrà fermo a 800 unità. Un numero esiguo se paragonato alla pressione che i bosniaci – galvanizzati da un’intera nazione che si fermerà per l’occasione, come ha ricordato Pjanic – riusciranno a generare. Il Bilino Polje, che ha già visto passare l’Italia in passato (con un saldo positivo per gli azzurri, che vantano un pareggio e due vittorie nelle ultime tre trasferte ufficiali), si appresta a vivere una notte diversa. La riduzione della capienza, paradossalmente, potrebbe concentrare la voce e l’ostilità in uno spazio ristretto, esaltando quella caratteristica di "cassa di risonanza" che ha sempre reso questo stadio uno dei più temuti d’Europa.
Il valore della posta e la gestione dell’ansia
Sul piano tecnico-tattico, la sfida si preannuncia spigolosa. La Bosnia, pur non esprimendo un calcio spettacolare secondo le parole del suo stesso ex stendardo, ha ritrovato un senso di appartenenza e una solidità difensiva che le hanno permesso di uscire indenne da situazioni complicate. Il riferimento è a Edin Dzeko, eterno capitano e guida tecnica, che anche a Cardiff ha dimostrato di poter risolvere le partite con l’intelligenza di un veterano. Dall’altra parte, Gattuso – che ha costruito la sua rinascita in panchina anche grazie alla presenza di figure carismatiche come Gigi Buffon e Leonardo Bonucci nello staff – dovrà gestire la pressione psicologica di una squadra che non può permettersi un altro aut aut. L’Italia, che ha ritrovato una certa solidità nel 2-0 all’Irlanda del Nord, sa bene che a Zenica servirà qualcosa in più: personalità, come ha ammonito Pjanic, e la capacità di non farsi risucchiare dall’atmosfera.
La posta in palio, del resto, non lascia margini di errore. Si gioca l’accesso alla vetrina mondiale del 2026, un’edizione storica che si terrà tra Stati Uniti, Messico e Canada. Per l’Italia, reduce dal dramma delle ultime esclusioni, questa partita rappresenta più di una semplice qualificazione: è il banco di prova per dimostrare che il periodo buio è alle spalle. Per la Bosnia, che sogna di ripetere l’impresa del 2014, è l’opportunità di scrivere una pagina indelebile della propria storia sportiva. E lo farà in uno stadio dimezzato ma infernale, dove ogni fischio, ogni coro e ogni grido rischieranno di pesare come un macigno sulle gambe degli avversari. Il clima sarà rovente, al netto delle restrizioni, e l’Italia è avvertita: a Zenica non si gioca solo contro undici uomini, ma contro un’intera nazione racchiusa in un anfiteatro di cemento.




