Bosnia-Italia, il fortino di Zenica e l’orgoglio di un popolo che non ama essere deriso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il giornalista bergamasco Gigi Riva, che dei Balcani ha fatto una vera e propria cartina di tornasole professionale, la Bosnia ed Erzegovina la conosce quasi a memoria: lo stadio di Zenica, descritto come un autentico fortino, con le sue curve calde e quel pubblico capace di trasformare un impianto sportivo in un’arena ruvida e compatta, rappresenta per gli Azzurri l’ultimo ostacolo sulla strada verso i Mondiali del 2026. “Saranno in poco meno di novemila, ma faranno un bel casino”, avverte Riva, sottolineando come l’orgoglio di un popolo – un orgoglio che non ama essere deriso – possa tramutarsi in un dodicesimo uomo dal peso specifico difficilmente calcolabile con i numeri della capienza ufficiale. A pesare sull’atmosfera, forse anche più della posta in palio, c’è la memoria dell’esultanza italiana dopo il passaggio del turno di qualche anno fa: un’immagine che, secondo l’analisi del cronista, rischia di trasformare una semplice finale playoff in una questione di amor proprio per i padroni di casa, pronti a ricordare agli avversari quanto il rispetto per il contesto sia, in certi luoghi, merce altrettanto preziosa della vittoria.

Il peso della storia e l’ombra di un’esultanza che non si dimentica

La sfida di martedì 31 marzo, che vale l’accesso alla fase finale della rassegna iridata, si giocherà dunque in un ambiente che Gigi Riva definisce emblematico della cultura calcistica balcanica: ruvida, passionale, capace di stringersi attorno alla propria squadra con una coesione che spesso sfiora l’assedio. Gli Azzurri, reduci dalla vittoria sull’Irlanda del Nord a Bergamo, sanno benissimo di dover gestire non solo l’aspetto tecnico ma anche quello emotivo, perché l’eco di certi gesti – come l’esultanza italiana alla notizia del passaggio del turno in una precedente competizione – potrebbe riemergere nelle curve di Zenica con la forza di un boomerang. Il centrocampista Nicolò Barella, che martedì sera toccherà quota 70 presenze in Nazionale agganciando Sandro Mazzola, conosce bene il valore di queste partite: fu proprio lui, in una gara di Nations League, a guidare i suoi verso un 2-0 che portò le firme di Belotti e Berardi, in quella che poi sarebbe diventata la Nazionale capace di vincere l’Europeo pochi mesi dopo. Un precedente, quello, che però poco avrà a che vedere con la tensione di una finale secca, giocata in trasferta e con un pubblico che difficilmente si limiterà a fare da spettatore.

Bruno Conti, la paura e la necessità di ritrovare la magia

A fare da contraltare alle preoccupazioni per l’ambiente ostile, c’è la presenza rassicurante di chi quella magia l’ha costruita e tramandata. Bruno Conti, presente a Bergamo durante la sfida con l’Irlanda del Nord, ha ammesso di aver osservato un po’ di timore nei primi minuti degli Azzurri, auspicando che il secondo tempo disputato contro gli irlandesi – nel quale la squadra ha finalmente sciolto le tensioni – possa aver definitivamente scacciato quei cattivi pensieri. La presenza del campione del mondo spagnolo ’82 nello stadio di Bergamo non è stata solo una formalità: l’intento era quello di portarsi dietro un po’ di quella storia, di quell’alchimia che ancora aleggia attorno a certe generazioni, e di condividerla con ragazzi cresciuti in parte proprio sotto la sua ala protettrice. MaraZico, figura centrale nella crescita di molti giovani della rosa – da Politano a Frattesi, passando per Pisilli, Calafiori e Scamacca, tutti cresciuti con lui e grazie a lui a Trigoria – non si è tirato indietro, offrendo quel sostegno silenzioso ma tangibile che solo chi ha attraversato certi scenari può trasmettere.

Le variabili in gioco e il fattore trasferta

La Nazionale, vittoriosa nella semifinale dei playoff, si trova ora di fronte a una sfida che presenta variabili completamente diverse rispetto alla partita giocata in casa. Il fattore trasferta, in un contesto come quello bosniaco dove il calcio si intreccia con l’identità nazionale in modo visceralmente identitario, obbliga Luciano Spalletti e i suoi a un approccio mentale differente: non basterà la qualità tecnica, messa in mostra a tratti contro l’Irlanda, ma servirà una solidità caratteriale che in passato, proprio in certi stadi balcanici, è mancata a formazioni italiane pur più quotate. Lo stadio di Zenica, con le sue curve calde e la conformazione da “fortino”, diventa così il simbolo di un calcio che rifiuta le gerarchie imposte dai pronostici, dove l’orgoglio ferito – per una derisione subita, per un passaggio del turno festeggiato in modo ritenuto irrispettoso – può trasformare i novemila spettatori annunciati in un boato capace di condizionare le scelte di chi sta in campo. La storia recente insegna che in queste gare secche, dove ogni errore diventa decisivo, il confine tra la gestione della pressione e il cedimento nervoso è sottilissimo, e gli Azzurri sanno di dover attraversare quel confine tenendo la barra dritta, senza farsi schiacciare dal rumore di un popolo che non ama essere deriso e che ha una lunga memoria.

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