Un mondiale che passa per Zenica, tra il fortino bosniaco e l’Everest di Gattuso
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Redazione Sport
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La strada dell’Italia verso il Mondiale del 2026, quello che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico con Donald Trump tornato alla Casa Bianca a fare da sfondo geopolitico all’evento, adesso passa tutta attraverso un’insidia precisa: lo stadio di Zenica, piccolo fortino alle porte di Sarajevo. Lì, il 31 marzo, gli azzurri affronteranno la Bosnia-Erzegovina nell’ultima gara di spareggio che vale la qualificazione. Un ostacolo che arriva dopo una serata, quella di Cardiff, in cui i balcanici hanno dato prova di un’identità spigolosa, capace di resistere alla fisicità del Galles e di piegarla ai calci di rigore, con il punteggio finale di 5-3 dopo l’1-1 dei tempi regolamentari.
Dzeko, il primatista che non molla
A fare da perno a questa squadra c’è un giocatore che della longevità ha fatto una ragione di vita: Edin Dzeko. A quarant’anni compiuti, l’ex attaccante della Fiorentina – per restare al campionato italiano – insegue la sua ultima passerella mondiale come un premio, una chiusura di carriera che vorrebbe ad altissimo livello. Contro il Galles, ha dimostrato perché è ancora il punto di riferimento assoluto: quando molti dei suoi compagni, con la testa già sotto la doccia, sembravano aver perso la partita, lui è saltato più in alto di tutti, pareggiando con un colpo di testa all’ottantaseiesimo. Un gesto che non solo ha prolungato la sfida, ma ha ribadito i suoi numeri da primatista: 147 presenze e 73 gol, record assoluti per la sua nazionale. Una leadership che non si discute, ma che si osserva con attenzione in chiave azzurra.
La generazione sotto i 23 anni e il carattere della squadra
Se Dzeko rappresenta l’esperienza, il resto della squadra guidata da Sergej Barbarez ha mostrato un’altra faccia, meno prevedibile ma altrettanto pericolosa. Nella vittoria in trasferta contro il Galles, la Bosnia ha dovuto reggere un’onda d’urto fisica, con gli avversari che puntavano a creare costante superiorità numerica sulle corsie esterne, sfruttando le palle alte e l’intensità del gioco. La risposta balcanica, tuttavia, non è arrivata solo dal capitano. Nel gruppo ci sono tre under 23 – Tarik Muharemovic del Sassuolo, Amar Tedic del Benfica e Benjamin Tahirovic del Brøndby – che, pur essendo andati a corrente alternata nel corso della semifinale (alternando lampi a momenti di buio totale), rappresentano il potenziale di una selezione che non intende fare da comparsa. L’avvertimento per l’Italia, insomma, è duplice: non si tratta soltanto di domare la fisicità e il colpo di testa del vecchio leone Dzeko, ma anche di gestire l’imprevedibilità di una linea giovane che a Cardiff ha sofferto ma ha retto fino alla lotteria dei rigori.
Zenica, il fortino e la sfida all’Everest
Il palcoscenico di questa sfida sarà quindi lo stadio di Zenica, un impianto che per dimensioni e atmosfera rappresenta un vero e proprio fortino. Un ambiente ristretto, caldo, in cui la spinta del pubblico locale diventa un fattore tattico oltre che emotivo. La nazionale bosniaca ha costruito la sua rimonta proprio sulla capacità di non spezzarsi nei momenti di difficoltà: dopo essere passata in svantaggio al cinquantunesimo minuto per un tiro dalla distanza di James, non ha mai perso la struttura, trovando alla fine il pareggio con la zampata del suo capitano. Sul fronte italiano, le parole di Gattuso – che ha parlato della necessità di scalare l’Everest – fotografano la percezione della difficoltà: non un ostacolo qualunque, ma una montagna da affrontare con la consapevolezza che gli avversari, reduce dall’impresa di Cardiff, arrivano all’appuntamento con una fiducia nuova e un gruppo in cui convivono attempati primatisti e giovani dal talento intermittente ma vivo.




