Borse europee in rosso per la settimana, il prezzo del petrolio tiene in scacco tassi e inflazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ultima seduta settimanale si è chiusa all’insegna del ribasso per le principali piazze europee, confermando un trend negativo dettato dalla persistente tensione geopolitica in Medio Oriente. Il conflitto, entrato ormai nella sua quarta settimana, continua a rappresentare uno shock esogeno di difficile assorbimento per i mercati energetici, con il prezzo del petrolio che, pur mostrando qualche timido segnale di raffreddamento nelle ultime ore, si mantiene su livelli tali da alimentare nuove pressioni inflazionistiche. Il timore, concreto tra gli investitori, è che questa situazione possa indurre le banche centrali a un brusco cambio di rotta, interrompendo di fatto il ciclo di allentamento monetario che molti avevano dato per scontato a inizio anno.

A contribuire al clima di incertezza, questa settimana, sono arrivate le indicazioni provenienti oltreoceano. La Federal Reserve, nel corso dell’ultima riunione del FOMC, ha mantenuto fermi i tassi d’interesse nel range compreso tra il 3,50% e il 3,75%, una decisione ampiamente attesa ma che ha assunto un peso specifico maggiore alla luce delle nuove proiezioni economiche. I banchieri centrali americani hanno infatti rivisto al rialzo le stime sull’inflazione per l’anno in corso, riconoscendo esplicitamente come le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente rappresentino un’incognita significativa per l’economia statunitense. Pur continuando a prevedere almeno un taglio dei tassi entro la fine dell’anno, il messaggio trasmesso dal presidente Jerome Powell è stato di cautela, con l’avvertenza che l’aumento dei prezzi dell’energia – una conseguenza diretta del conflitto – rischia di far salire l’inflazione complessiva nel breve periodo, rendendo il quadro prospettico particolarmente opaco.

Petrolio, tensioni sullo Stretto di Hormuz e la reazione di Trump

Il vero motore della volatilità resta però il barile, la cui quotazione ha oscillato in modo nervoso durante tutta la settimana, reagendo a ogni minimo segnale proveniente dal teatro bellico. Il presidente americano Donald Trump, che ha escluso categoricamente l’ipotesi di un cessate-il-fuoco, ha anzi lasciato intendere che le operazioni potrebbero intensificarsi. Le sue parole, in particolare quelle riferite a una possibile strategia per “occupare o bloccare” l’isola di Kharg in Iran, hanno riacceso le preoccupazioni sul destino dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una fetta considerevole del greggio mondiale. A conferma di questa strategia più aggressiva, il Pentagono ha disposto l’invio di ulteriori migliaia di Marines e di nuove navi da guerra nella regione, un secondo dispiegamento in pochi giorni che gli analisti interpretano come la preparazione a una “fase 2” del conflitto.

Sul fronte opposto, l’amministrazione Trump ha mostrato un approccio ambivalente, tentando al contempo di placare gli animi dei mercati: da un lato, si è parlato della possibilità di rimuovere le sanzioni sul petrolio iraniano già in transito per aumentare l’offerta; dall’altro, gli alleati europei, tra cui l’Italia, hanno preferito muoversi con cautela, sostenendo la necessità di un’iniziativa per la sicurezza della navigazione che passi attraverso il crisma delle Nazioni Unite, una linea che ha suscitato l’irritazione di Trump, reo di aver definito “codardi” i partner della Nato per la loro riluttanza a unirsi a una coalizione militare senza un coordinamento preventivo. Nonostante queste tensioni diplomatiche, il prezzo del greggio ha mostrato un lieve cedimento, complice anche l’annuncio di Israele – sollecitato dagli Stati Uniti – di voler sospendere gli attacchi ai siti energetici iraniani, una tregua temporanea che ha permesso al Brent di attestarsi intorno ai 112 dollari al barile e al Wti vicino ai 98, dopo aver sfiorato picchi ben più elevati nei giorni precedenti.

Banche centrali, attesa per i prossimi mosse e l’impatto sui bond

Lo scenario di un’inflazione in rialzo non ha risparmiato le aspettative sull’operato della Banca Centrale Europea. Anche a Francoforte, il consiglio direttivo ha scelto di mantenere invariati i tassi per il momento, ma le dichiarazioni dei singoli policymaker, come quelle del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, hanno contribuito a ridisegnare le attese dei mercati. Il messaggio è stato inequivocabile: se le pressioni sui prezzi dovessero rivelarsi persistenti a causa del caro energia, la Bce sarà pronta a intervenire con una politica monetaria più restrittiva, ipotesi che ha spinto i trader a scommettere su almeno due rialzi entro la fine del 2026. Il risultato di queste speculazioni si è visto immediatamente sul mercato obbligazionario, con i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi decennali che sono schizzati al 3,03%, toccando i massimi dal lontano 2011, mentre lo spread tra Btp e Bund ha mostrato segni di nuova tensione.

Le Borse hanno reagito di conseguenza, bruciando capitali per centinaia di miliardi di euro in appena tre settimane di guerra. Piazza Affari ha chiuso l’ultima seduta in calo di circa due punti percentuali, risentendo non solo del macro-contesto ma anche di alcune dinamiche societarie interne, come nel caso di Inwit, il cui titolo ha subito una correzione a seguito della revisione delle stime di crescita legate al comparto delle infrastrutture digitali. A pesare sull’umore degli investitori è stata anche la dinamica dei prezzi dell’oro, sceso sotto la soglia dei 4.500 dollari l’oncia in quella che è stata la peggiore performance settimanale dal marzo 2020, a dimostrazione di come l’aumento delle aspettative sui tassi di interesse stia riducendo l’appeal dei beni rifugio per eccellenza, a favore di una preferenza per la liquidità in attesa di maggiore chiarezza sul futuro della politica monetaria globale.

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