Il ritorno della dottrina Carter: come Hormuz già tormentava i presidenti americani prima di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una guerra nel Golfo Persico che minaccia il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, un’impennata dei prezzi del greggio e un presidente americano in difficoltà alla vigilia di elezioni decisive. Che dichiara: “questa situazione richiede un’attenta riflessione, nervi saldi e azioni risolute” e “la partecipazione di coloro che dipendono dal petrolio del Medio Oriente e che hanno a cuore la pace e la stabilità globali”. Se queste parole, pronunciate in un momento di acuta tensione internazionale, sembrassero descrivere l’attuale posizione della Casa Bianca, si tratterebbe di un inganno ottico. L’inquilino che le mise nero su bianco, infatti, non era Donald Trump bensì il suo predecessore democratico Jimmy Carter, il quale, 46 anni fa, si trovò a navigare nelle stesse acque tempestose che oggi minacciano di inghiottire la presidenza del tycoon. Il filo rosso che unisce il 1980 al 2026 conferma una volta di più la teoria dei corsi e ricorsi storici, laddove lo Stretto – quella sottile lingua d’acqua tra Iran e Oman – torna a essere il collo di bottiglia attraverso cui passa non solo il petrolio, ma il destino stesso delle amministrazioni americane.

La genesi di una dottrina nata sotto il segno della crisi

Era il gennaio del 1980 quando Carter, già provato dalla crisi degli ostaggi in Iran e dall’invasione sovietica dell’Afghanistan, si presentò al Congresso per l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione del suo mandato. La dottrina che ne scaturì, destinata a segnare la politica estera statunitense per decenni, legava a doppio filo la superpotenza allo Stretto di Hormuz: qualunque tentativo di una potenza ostile di prendere il controllo della regione del Golfo Persico sarebbe stato respinto con ogni mezzo, compresa la forza militare. L’Unione Sovietica, che con le sue truppe si era spinta a poche centinaia di miglia dall’Oceano Indiano, rappresentava allora la minaccia esistenziale contro cui Carter intendeva blindare un’area considerata di vitale importanza per l’economia occidentale. Una dichiarazione che, per quanto formulata da un presidente allergico a una politica estera muscolare, gettò le basi per l’interventismo militare statunitense nel Golfo, trasformando di fatto gli Stati Uniti nel garante della libera navigazione al posto del Regno Unito, che aveva abbandonato il ruolo di potenza egemone nella regione già nel 1971.

Da Reagan a Trump: la mina dimenticata e la memoria corta della politica

Se Carter gettò le fondamenta, fu il suo successore repubblicano Ronald Reagan a dover mettere concretamente in atto la dottrina, quando negli anni Ottanta il conflitto tra Iraq e Iran si trasformò nella cosiddetta “guerra delle petroliere”. Reagan, che pure non amava richiamarsi esplicitamente al nome del predecessore democratico, si trovò costretto ad approvare la missione “Earnest Will” per scortare le navi nel Golfo. L’obiettivo dichiarato – evitare code alla pompa di benzina, carenze e inflazione – era lo stesso che ossessionava Carter. Nel 1988, la fregata USS Samuel B. Roberts impattò contro una mina piazzata dalle forze iraniane, rischiando di affondare. La risposta di Reagan fu l’operazione “Praying Mantis”, un attacco massiccio alle infrastrutture navali del regime degli ayatollah. Erano gli anni in cui un giovane imprenditore newyorkese di nome Donald Trump, intervistato dal Guardian, si faceva già notare per la sua linea dura: di fronte a un’ipotetica provocazione iraniana, parlava apertamente di “fare piazza pulita” delle installazioni nemiche, mostrando quella determinazione muscolare che oggi, da presidente, lo ha portato a riesumare lo scontro con Teheran. La Storia, in questo caso, sembra essersi presa gioco della sua presunzione di novità: le mine che oggi rischiano di bloccare il traffico nello Stretto sono lo stesso strumento di pressione asimmetrica che già allora, con efficacia, toglieva il sonno agli Stati Uniti.

La coalizione europea e la tassa iraniana: il risiko di Hormuz

Mentre la Casa Bianca torna ad adottare la politica della massima pressione – e a cercare di applicare la dottrina Carter con il pugno di ferro – il fronte occidentale mostra segni di una frammentazione tattica. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha annunciato il coordinamento di 22 paesi, tra cui membri dell’Alleanza e partner asiatici come Giappone, Corea del Sud e Australia, per garantire la libertà di navigazione. Un annuncio che segue le minacce di Trump di colpire le centrali iraniane, ma che nasconde le difficoltà di trovare una strategia condivisa. Parallelamente, sul versante diplomatico si muove il presidente francese Emmanuel Macron, il quale sta tentando di costruire una coalizione inedita per scongiurare il blocco energetico globale senza replicare gli errori delle missioni a guida americana. Il tutto mentre l’Iran, dal canto suo, ha deciso di alzare la posta in gioco trasformando il transito nello Stretto in una leva economica: secondo quanto si apprende, Teheran avrebbe imposto una tassa di 2 milioni di dollari per ogni cargo che attraversa Hormuz, trasformando di fatto il passaggio in una rendita forzata per finanziare la propria resistenza.

L’imponderabile e i danni collaterali di un conflitto annunciato

Abbiamo uno Stretto alla gola ed era facile, facilissimo prevederlo. La chiusura de facto di Hormuz – al netto del passaggio di qualche nave di paesi alleati dell’Iran – insegna che l’imponderabile domina anche il più tecnologico dei conflitti. E che i danni collaterali, tra cui sono amministrativamente annoverate le vite umane, non sono mai quantificabili in anticipo, anche quando esiste la presunzione di poterlo fare. L’impennata dei prezzi del greggio, con le quotazioni che oscillano in base alle dichiarazioni più o meno bellicose del presidente americano, sta mettendo a dura prova le economie occidentali, mentre l’inflazione torna a mordere alla vigilia delle elezioni di midterm. La decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di rilasciare un quarto delle riserve strategiche dei paesi del G7 ha finora avuto un effetto limitato nel contenere la speculazione. Quel che emerge con chiarezza è che l’eredità lasciata da Carter, lungi dall’essere archiviata, si ripresenta come un fantasma che nessun presidente, né democratico né repubblicano, è mai riuscito a esorcizzare definitivamente. La dottrina che portava il suo nome, nata per garantire il flusso del petrolio, si è trasformata in una sorta di gabbia strategica: proteggere lo Stretto significa inevitabilmente giocare la partita geopolitica in casa altrui, subendone le regole e le trappole.

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