Dossier Minetti al Colle, la procura smonta le accuse: “Nessun festino, adozione regolare”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fascicolo, un corposo plico di carte arrivato ieri pomeriggio al Quirinale dopo il passaggio al Ministero della Giustizia, rappresenta l’ultimo atto di una vicenda che sembrava destinata a diventare un caso politico-giudiziario e che invece, sulla carta, si sta trasformando in una verifica dalla conclusione scontata.

A comporre il dossier – lo si apprende dalla nota della stessa Procura generale di Milano guidata da Francesca Nanni – sono i verbali dei testi sentiti dai carabinieri e le risultanze delle indagini difensive, elementi che hanno portato i magistrati a rivalutare le accuse sollevate da alcuni organi di stampa; alla fine dell’istruttoria suppletiva, richiesta informalmente dallo stesso Capo dello Stato per fugare i dubbi sollevati da un articolo del Fatto Quotidiano, il responso è stato categorico: i fatti riportati non corrispondono al vero.

La demolizione del “teorema” mediatico

Nel parere definitivo inviato a via Arenula e ora trasmesso al Colle, i magistrati hanno elencato i punti su cui le ricostruzioni giornalistiche sono risultate fragili, se non totalmente infondate. L’accusa più grave, quella di presunti “festini con droga e sesso” che sarebbero stati organizzati nella tenuta uruguaiana del compagno Giuseppe Cipriani a Punta del Este – un ranch dal nome “Gin Tonic” – è stata demolita dalle testimonianze.

A parlare era stata una massaggiatrice che, inizialmente in forma anonima e poi a volto scoperto, aveva descritto un sistema di prostituizione organizzato dalla Minetti; la Procura, invece, dopo aver sentito “persone informate sui fatti” e analizzato le indagini difensive della coppia, ha concluso che si trattava di dichiarazioni false, prive di riscontri né in Uruguay né in Spagna dove, va detto, non risultano pendenze giudiziarie o indagini a carico dei diretti interessati.

Ma non è l’unico punto su cui la procura ha messo la parola fine. C’era stata anche la suggestione, cupa e tipica della cronaca nera, relativa alla morte di un avvocato in Sudamerica: si parlava di un legale dei genitori biologici del bambino adottato dalla Minetti, morto in circostanze ritenute “non chiare”, quasi a suggerire un depistaggio. Ebbene, la Procura generale chiarisce che il deceduto non era affatto il difensore della famiglia biologica, bensì il legale del minore; una figura, quest’ultima, che era anzi favorevole all’adozione.

Il procuratore della Repubblica in Uruguay ha escluso ipotesi di reato in relazione a quella morte, e la stessa “battaglia legale” per l’affidamento del bambino si è rivelata inesistente: la madre biologica era irreperibile da sempre e il padre non si è mai costituito.

Sanità e volontariato, i pilastri della grazia

Se l’aspetto giudiziario penale è stato chiarito, il cuore della vicenda – quello che ha spinto il presidente Sergio Mattarella a firmare la grazia lo scorso febbraio – resta saldamente ancorato a ragioni umanitarie che la nuova inchiesta non ha fatto altro che rafforzare. La Procura conferma il “grave quadro sanitario” di un bambino che, ormai da anni, si sottopone a cure specialistiche negli Stati Uniti, al Boston Children’s Hospital – una struttura di eccellenza mondiale – e che necessita della presenza costante della madre per i controlli e le terapie.

I magistrati hanno verificato i consulti medici effettuati non solo in America, a Cleveland e New York, ma anche in Italia, dimostrando che la scelta di curare il minore all’estero non fu una leggerezza o un capriccio, ma un percorso doloroso e necessario.

Parallelamente, è stata verificata l’attività di volontariato svolta da Nicole Minetti nel nostro paese, un elemento spesso richiesto nelle istanze di clemenza per dimostrare il reinserimento sociale. Contrariamente a chi sosteneva che si trattasse di una presenza fittizia, gli accertamenti hanno dimostrato la presenza stabile della donna in Italia da gennaio 2024 per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.

Un quadro, insomma, che dipinge una realtà lontana anni luce dalle atmosfere da “veline e droga” che hanno riempito le cronache estive di qualche mese fa e che avevano indotto il Quirinale a chiedere verifiche lampo. La partita, a questo punto, è chiusa: al presidente Mattarella non resta che archiviare il dossier.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.