Naza diventa il terzo documentario più visto nei cinema italiani
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Naza è diventato il terzo documentario più visto di sempre nelle sale cinematografiche italiane, confermando il successo del film diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor. L’opera, dedicata alla guerra a Gaza e ai retroscena delle operazioni militari israeliane, ha conquistato un pubblico molto ampio e ha raggiunto un risultato raro per un documentario nel mercato italiano.
Il record al box office italiano
Il risultato di Naza è legato alla risposta degli spettatori nelle sale italiane, dove il documentario ha attirato pubblico dopo il debutto cinematografico. Secondo i dati Cinetel, il film ha superato i 3,6 milioni di euro di incasso complessivo, entrando nella classifica dei documentari con i migliori risultati nella storia del cinema italiano.
La pellicola aveva già ottenuto un forte impatto alla Mostra del Cinema di Venezia, dove era stata premiata con il Premio speciale della giuria. Dopo il passaggio al festival, l’attenzione si è spostata sulle proiezioni commerciali, con un andamento al botteghino superiore alle aspettative iniziali e una programmazione estesa in numerose sale.
Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sulla guerra a Gaza
Naza è stato realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor, già coinvolti nel documentario No Other Land, premiato agli Oscar. Il film utilizza testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana per raccontare il funzionamento dei sistemi di individuazione degli obiettivi e le conseguenze delle operazioni nella Striscia di Gaza.
La scelta narrativa punta sulle testimonianze dirette e su un impianto vicino al giornalismo d’inchiesta. Le riprese mostrano interviste realizzate in modo riservato, con volti e voci modificati per proteggere le fonti, mentre il film affronta il tema delle vittime civili e del rapporto tra tecnologia militare e decisioni operative.
Un caso cinematografico e politico internazionale
Il successo di Naza ha aperto un acceso confronto pubblico sul contenuto del documentario e sul ruolo del cinema nel racconto dei conflitti. In Israele il film è stato criticato dalle autorità, mentre all’estero ha ricevuto attenzione per il suo approccio investigativo e per il dibattito sollevato dalle testimonianze raccolte.
Il titolo del documentario richiama un termine utilizzato nell’ambiente militare israeliano per indicare i danni collaterali previsti nelle operazioni. La produzione nasce dalla collaborazione tra cinema e giornalismo investigativo, con un lavoro sviluppato anche attraverso materiali e inchieste precedenti legate al conflitto israelo-palestinese.
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