Garlasco, Sempio in tv: «Nessuna prova su di me». E spunta l'accordo in famiglia sul Dna
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Redazione Interno
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«Non mi sembra ci siano argomenti tali da arrivare a un vero e proprio processo. Se capiterà di dover andare proprio a giudizio, cioè di affrontare un vero e proprio processo, l'affronteremo». Andrea Sempio, indagato per l'omicidio di Chiara Poggi, ha scelto gli studi televisivi di "Quarto Grado" su Retequattro per replicare punto per punto all'impianto accusatorio costruito dalla Procura di Pavia, che nei giorni scorsi ha depositato la seconda chiusura delle indagini preliminari a suo carico.
La linea difensiva dell'indagato
Il trentottenne ha respinto con fermezza la solidità degli indizi raccolti, a partire dalla cosiddetta "impronta 33", la traccia che per gli inquirenti corrisponderebbe all'orma della sua mano sul muro delle scale della villetta di via Pascoli. «Abbiamo fatto sperimentazioni su un muro e in realtà non si potrebbe escludere. A noi non serve sapere cosa potrebbe non essere o cosa non si può escludere. Devi avere una certezza», ha argomentato Sempio, rivendicando l'assenza di sangue su quella traccia come elemento dirimente: «C'era la traccia sul muro? Sì. È stata analizzata? Sì. C'era del sangue? No. Fine».
Sul fronte delle consulenze tecniche, l'indagato ha contestato la compatibilità del proprio piede con l'impronta di calzatura rinvenuta sul pavimento, stabilita dall'anatomopatologa Cristina Cattaneo. «Se tu avessi trovato a casa di Andrea Sempio una scarpa riconducibile a quella, magari sporca del sangue di Chiara, è un conto. Ma finché dici "è compatibile", va bene. Non hai un elemento vero che collega quello», ha sostenuto, precisando di calzare la taglia 44 all'epoca dei fatti e di portarla ancora oggi.
L'ombra della corruzione e il Dna conteso
Dietro le dichiarazioni televisive si intrecciano due filoni d'inchiesta che continuano ad alimentarsi a vicenda. Da un lato il procedimento pavese per l'omicidio di Chiara Poggi, con Sempio accusato di omicidio volontario aggravato. Dall'altro il fascicolo bresciano per corruzione in atti giudiziari, che vede indagato il padre Giuseppe Sempio e che ha visto cadere le accuse nei confronti dell'ex procuratore aggiunto Mario Venditti dopo l'archiviazione disposta dal Gip il 17 settembre scorso.
Proprio dalle intercettazioni disposte nell'ambito dell'inchiesta bresciana — confluite nel fascicolo pavese già dal primo settembre — emerge un episodio che gli inquirenti ritengono significativo. In una captazione del 7 novembre 2025 nell'abitazione di via Canova, i coniugi Sempio e il figlio discutono animatamente di come giustificare la conoscenza anticipata di un'informazione relativa al Dna riconducibile ad Andrea Sempio, rinvenuto sotto le unghie della vittima.
Si tratta di un dato acquisito nel 2017 che, secondo l'accusa, la famiglia non avrebbe mai dovuto possedere perché custodito nel fascicolo segreto sull'inchiesta bis a carico dell'ex commesso.
La ricostruzione dei pm bresciani ipotizza che quel dettaglio, contenuto in una consulenza del genetista Pasquale Linarello per i difensori di Alberto Stasi, sia finito nelle mani del generale Luciano Garofano attraverso l'allora difensore Massimo Lovati. Nel corso della conversazione intercettata, è la madre Daniela Ferrari a dettare la linea difensiva, sostenendo di aver appreso dell'esistenza di quel materiale biologico da una trasmissione televisiva del dicembre 2022 su Telelombardia.
Le carte sul tavolo della procuratrice generale
Mentre Sempio rivendica la propria estraneità ai fatti, il fascicolo che potrebbe condurre a una revisione della condanna definitiva di Alberto Stasi è già approdato sul tavolo della procuratrice generale di Milano Francesca Nanni. Le carte trasmesse dalla Procura di Pavia saranno oggetto di studio per valutare un'eventuale richiesta alla Corte d'Appello di Brescia, in un percorso che la stessa Nanni ha definito non «né veloce né facile».
Sul versante delle nuove analisi, i pm pavesi hanno messo in fila ventuno indizi a carico di Sempio. Tra gli elementi centrali figurano la già citata impronta 33, le risultanze della perizia biostatistica condotta dalla genetista Denise Albani — che ha rilevato piena concordanza tra l'aplotipo Y estratto dalle unghie della vittima e la linea paterna del profilo dell'indagato — e le contestazioni relative all'alibi per la mattina del 13 agosto 2007, quando Sempio dichiarò di essersi recato a Vigevano per una commissione, esibendo uno scontrino del parcheggio timbrato alle 10.18.
L'indagato, dal canto suo, continua a indicare in Alberto Stasi il responsabile dell'omicidio, definendo fondata la condanna inflitta all'allora fidanzato della vittima: «Penso sia stato Alberto Stasi. Credo che la condanna fosse fondata». E riguardo alle ombre sui dati relativi al Dna conservati dai Ris di Parma, ha aggiunto: «Se c'è stato davvero un errore, ovviamente è una tragedia. Se ritengono che sia il caso di approfondire, ben venga».
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