Il governo esulta per lo 0,2% ma la crescita resta sotto la media Ue. E il lavoro preoccupa
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Redazione Economia
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Una sola parola, e nemmeno troppo elegante, è bastata a Stefano Patuanelli per bollare l'entusiasmo di Giorgia Meloni di fronte agli ultimi dati Istat sul Pil: "Imbarazzante". E in effetti, mentre a Palazzo Chigi si sprecano i comunicati trionfali, i numeri raccontano una realtà ben più sfumata, fatta di un incremento congiunturale dello 0,2 per cento nel secondo trimestre del 2026 che, per quanto migliore delle attese, resta la metà della media dell'intera area euro.
Un dato che, semmai, dovrebbe suggerire prudenza più che baldanza, considerando il quadro macroeconomico internazionale e le fragilità strutturali del sistema produttivo italiano.
Il prodotto interno lordo, secondo le stime preliminari dell'Istituto nazionale di statistica, ha registrato un +0,2% rispetto al trimestre precedente e un +1% su base annua, numeri che portano la crescita già acquisita per l'intero 2026 allo 0,8%, superando di due decimali la previsione dello 0,6% contenuta nel Documento di finanza pubblica dello scorso aprile, quando però il conflitto nel golfo Persico non aveva ancora paralizzato lo stretto di Hormuz, con tutte le conseguenze del caso sui rifornimenti energetici e sui costi delle materie prime.
La sorpresa statistica e le revisioni degli analisti
Il dato ha colto molti analisti di sorpresa, spingendo istituti come Intesa Sanpaolo a rivedere al rialzo le proprie stime per l'intero anno, portandole in un range compreso tra lo 0,7 e lo 0,9 per cento rispetto al precedente 0,5. Un aggiustamento tecnico, va detto, che nulla toglie alla sostanza di una crescita economica che rimane ancorata a ritmi decisamente modesti, specialmente se paragonata a quella di altre grandi economie europee.
La stessa Istat parla di una revisione al rialzo di due decimali della crescita acquisita, un miglioramento che però non cancella il dato di fondo: l'Italia continua a correre meno degli altri, e il divario con la media Ue, anziché ridursi, tende ad ampliarsi. La presidentessa del Consiglio, dal canto suo, ha scelto di enfatizzare l'aspetto della sorpresa positiva, dichiarando che il Paese continuerà a lavorare e a sorprendere, un messaggio indirizzato tanto all'opinione pubblica quanto a un'opposizione che, secondo lei, continua a sottovalutare la resilienza dell'economia nazionale.
L'altra faccia della medaglia: il mercato del lavoro
Se il Pil regge meglio del previsto, le stesse non si possono dire per gli indicatori occupazionali, che pure accompagnavano il comunicato Istat di giovedì scorso e che hanno acceso più di un campanello d'allarme tra gli addetti ai lavori. I dati sul lavoro, infatti, non raccontano affatto la stessa storia di ripresa, mostrando piuttosto un mercato del lavoro che fatica ad assorbire i giovani e che continua a fare i conti con un tasso di disoccupazione strutturalmente elevato, soprattutto al Sud.
L'incremento degli occupati, per quanto registrato, appare legato in larga parte a forme contrattuali atipiche o a tempo determinato, con tutte le incertezze che ne derivano per la tenuta dei consumi e delle prospettive di medio periodo. La qualità dell'occupazione, insomma, resta un nodo irrisolto, e la crescita del Pil da sola non basta a garantire quelle condizioni di stabilità e benessere che i cittadini, giustamente, si attendono da un'esecutivo che ha fatto della difesa del potere d'acquisto e del lavoro uno dei suoi cavalli di battaglia.
Il confronto con l'Europa e le incognite internazionali
Il confronto con il resto d'Europa, poi, è impietoso: mentre la Germania e la Francia mostrano segnali di ripresa più consistenti, sostenuti da politiche industriali mirate e da un tessuto imprenditoriale più solido, l'Italia sembra procedere a rilento, frenata da annose questioni irrisolte come la burocrazia, la lentezza della giustizia civile e gli investimenti pubblici che stentano a decollare.
Non è un caso che lo 0,2 per cento di crescita trimestrale, per quanto superiore alle aspettative degli economisti, sia stato accolto con freddezza dagli osservatori internazionali, che vedono nel dato più un effetto statistico che un'inversione di tendenza duratura. La guerra in Medio Oriente e le tensioni commerciali globali continuano a rappresentare fattori di forte instabilità, capaci di vanificare in poche settimane qualsiasi miglioramento congiunturale.
E lo stesso governo, del resto, ha più volte ribadito la necessità di mantenere un approccio cauto, consapevole che il quadro geopolitico resta estremamente fluido e che le ricadute sull'economia reale potrebbero farsi sentire con maggiore intensità nei prossimi mesi.
In questo contesto, l'esultanza di Palazzo Chigi rischia di apparire fuori luogo, quasi una forzatura retorica per nascondere le difficoltà di una manovra economica che non ha ancora prodotto i frutti sperati. I numeri, si sa, sono sempre interpretabili, ma quando si parla di crescita e occupazione la realtà dei fatti finisce presto per avere la meglio sulle parole, e le famiglie italiane, che ogni giorno fanno i conti con l'aumento dei prezzi e il potere d'acquisto eroso dall'inflazione, sanno bene che uno 0,2 per cento, per quanto sorprendente, non basta certo a cambiare la loro vita.
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