Referendum falliti, Pd e 5S rivendicano i 15 milioni di voti mentre il governo esulta
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Redazione Interno
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I numeri parlano chiaro: i cinque quesiti referendari – quattro sul lavoro promossi dalla Cgil e uno sulla cittadinanza proposto da +Europa – non hanno superato la soglia del quorum, attestandosi a un’affluenza del 28,6%. Un risultato che, seppure ampiamente previsto, ha riacceso il dibattito politico. Elly Schlein e Giuseppe Conte, pur riconoscendo la bassa partecipazione, hanno scelto di valorizzare i circa 15 milioni di "sì" raccolti, definendoli «una buona base di partenza». Una presa di posizione che, al di là delle dichiarazioni, non nasconde il dato più crudo: l’astensionismo ha prevalso, confermando una tendenza ormai strutturale nelle consultazioni non obbligatorie.
D’altronde, come aveva anticipato il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia, il traguardo simbolico era già stato spostato in corsa. Quel che resta è un confronto interno al Partito Democratico, dove i riformisti iniziano a far sentire la propria voce. Il senatore Antonio Sensi, intervistato pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, non ha usato giri di parole: «È una sconfitta bruciante. Preoccupa il perimetro ristretto del Pd: ora basta al campo stretto». Le sue parole lasciano intravedere tensioni che potrebbero riaccendersi nelle prossime settimane, soprattutto se si considerano le critiche alla linea della segreteria.
Dall’altra parte, il governo Meloni non ha perso l’occasione per rivendicare una vittoria indiretta. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Pina Castiello, ha parlato di un’«ennesima batosta» per la sinistra, colpevole, a suo dire, di vivere «su un pianeta diverso da quello degli italiani». Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, l’esito referendario rafforza l’esecutivo, mentre il cosiddetto «campo largo» – l’alleanza tra Pd, M5S e altre forze progressiste – si confermerebbe un «campo flop».
Il vero nodo, però, rimane lo strumento referendario stesso. Con un’affluenza che, incluso il voto estero, non ha superato il 30%, il meccanismo si rivela sempre più inefficace, se non addirittura anacronistico. I paragoni con i risultati elettorali – i "sì" sui quesiti lavoristici equivalgono grosso modo ai voti del centrodestra nel 2022, mentre quello sulla cittadinanza ha performato peggio delle opposizioni – servono a poco, se non a sottolineare una distanza crescente tra le urne e le piazze.




