Trump rilancia la guerra dei dazi con la Cina, borse asiatiche in caduta libera

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Le borse asiatiche, in una giornata già segnata dalla chiusura per festività di Tokyo, hanno registrato perdite consistenti, subendo il contraccolpo dell’annuncio di un pesante rilancio dei dazi commerciali contro la Cina da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La minaccia, che prevede un incremento del 100% sui prodotti cinesi, costituisce una risposta diretta alle limitazioni imposte da Pechino sull’export di terre rare, materiali cruciali per una vasta gamma di industrie tecnologiche. A tarda seduta, mentre lo yen continuava a cedere terreno con il dollaro che si portava a 151,77, Shanghai ha chiuso in calo dello 0,45% e Shenzhen dell’1,63%, ma il crollo più netto si è consumato a Hong Kong, dove l’indice Hang Seng ha bruciato il 2,50% del suo valore. In questo contesto di marcato nervosismo, che ha spinto alcuni investitori verso beni rifugio come l’argento – il quale ha toccato massimi storici –, i futures su Wall Street sembravano invece tentare un recupero, segnando un +1,7% dopo il tracollo di venerdì.

La minaccia di Trump e la reazione dei mercati

A scatenare l’ondata di vendite, che ha uniformato al rosso i listini dell’area asiatica, è stata la dichiarazione del presidente statunitense, la quale ha riaperto con forza il fronte di una guerra commerciale i cui effetti, come già accaduto in passato, si ripercuotono immediatamente sulla stabilità finanziaria globale. La mossa di Trump, definita senza giri di parole come una minaccia di dazi "massicci", mira a controbilanciare la stretta cinese sulle esportazioni di quelle terre rare che sono componenti essenziali per la produzione di dispositivi high-tech, dalle auto elettriche ai smartphone. La paura di un nuovo, prolungato conflitto tariffario, che rischierebbe di frenare gli scambi internazionali e alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche, ha quindi gettato nel panismo gli operatori, i quali hanno reagito disfacendosi di molti titoli esposti al settore.

Il contesto argentino e il sostegno degli Stati Uniti

Parallelamente alle turbolenze in Estremo Oriente, e in un quadro internazionale reso ancor più complesso da tali dinamiche, si inserisce l’azione di sostegno finanziario che gli Stati Uniti hanno voluto garantire all’Argentina di Javier Milei. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent, infatti, ha espresso un chiaro sostegno al presidente argentino attraverso un pacchetto di aiuti che include uno swap valutario da 20 miliardi di dollari. Questo intervento, che arriva in un momento di gravissima crisi economica per il paese sudamericano, segnato da un’inflazione che ha superato la soglia del 300% e da un peso in costante caduta, mira a fornire un argine di liquidità, sebbene le riforme di austerità imposte da Milei – con tagli ai sussidi, congelamento degli investimenti pubblici e smantellamento di politiche sociali – non abbiano ancora sortito gli effetti sperati, lasciando la Borsa di Buenos Aires tra le peggiori performanti a livello mondiale.

Le ripercussioni immediate e i movimenti delle materie prime

L’incertezza generata dalla rinnovata tensione commerciale ha prodotto effetti immediati anche sul mercato delle materie prime, dove si sono registrati movimenti di fuga verso asset considerati più sicuri. Mentre le borse cinesi viaggiavano in profondo rosso, con l’Hang Seng che arrivava a perdere il 2,75% nelle prime ore di contrattazione in Europa, il rame ha visto un’impennata, correndo verso l’alto insieme all’argento che, come accennato, ha raggiunto livelli senza precedenti. Questi movimenti, se da un lato riflettono il timore di interruzioni nelle catene di approvvigionamento e di un rincaro dei costi di produzione, dall’altro evidenziano la ricerca di alternative di investimento in un panorama finanziario improvvisamente più rischioso, dove la paura dei super dazi promessi da Trump continua a pesare sugli equilibri di mercato.

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