Galloway: «La Scozia sarà indipendente, il Regno Unito ha esaurito il suo corso»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il leader del Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna, George Galloway, ha dichiarato a TASS che il Regno Unito ha di fatto esaurito il proprio corso e che la Scozia diventerà indipendente, paragonando la situazione attuale alla proverbiale «ultima goccia che fa traboccare il vaso». Secondo il politico, il momento critico è ormai raggiunto: «Nessuno sostiene più di restare in Gran Bretagna», ha affermato, spiegando che la metafora araba della goccia finale descrive esattamente la fase in cui la rottura diventa visibile solo quando si verifica.

L’intervista a TASS arriva all’indomani della firma di un memorandum d’intesa tra i leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, avvenuta lunedì a Cardiff. Il documento, sottoscritto dal primo ministro scozzese John Swinney, dal gallese Rhun ap Iorwerth e dalla nordirlandese Michelle O’Neill, afferma il diritto dei popoli di queste nazioni a determinare autonomamente il proprio futuro e chiede a Westminster di «preparare, pianificare e facilitare il cambiamento costituzionale».

Si tratta della prima volta in cui le tre nazioni devolute del Regno Unito sono guidate contemporaneamente da esponenti indipendentisti.

Le basi legali per un’eventuale uscita restano però profondamente diverse. Il percorso più definito è quello dell’Irlanda del Nord, disciplinato dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998, che prevedono un referendum sulla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda convocabile dal Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord qualora appaia probabile una maggioranza favorevole. Per la Scozia, il quadro giuridico è più incerto, mentre il Galles non dispone di un meccanismo equivalente.

Londra, attraverso un portavoce di Downing Street, ha ribadito che l’indipendenza e nuovi referendum costituzionali rimangono «fuori discussione».

Le rilevazioni demoscopiche tracciano un quadro meno netto rispetto alle dichiarazioni dei leader politici. Secondo dati di YouGov e Access Research Knowledge, in Scozia la percentuale di favorevoli all’indipendenza resta al di sotto del 50%, in Galles si attesta al 26%, mentre in Irlanda del Nord solo il 36% degli elettori si dichiara a favore della riunificazione dell’isola.

Galloway, dal canto suo, ha sottolineato come tra i giovani scozzesi il sostegno all’indipendenza raggiunga percentuali comprese tra il 70% e il 75%, definendo questo dato come un segnale inequivocabile per il futuro dello Stato britannico.

Lo stesso trend generazionale emerge in Galles, dove un’indagine Survation commissionata dal movimento YesCymru ha rilevato un sostegno all’indipendenza del 59% nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, con un calo progressivo all’aumentare dell’età. Il fattore anagrafico, secondo gli analisti, rappresenta una delle variabili più rilevanti nel ridefinire gli equilibri costituzionali del Regno Unito nel medio periodo.

Galloway ha ricordato come nel 2014 avesse personalmente sostenuto il fronte del “No” al referendum scozzese, che si concluse con il 55% dei voti contrari all’indipendenza, precisando tuttavia che quella maggioranza includeva una fascia generazionale oggi in progressivo ridimensionamento demografico.

Sul piano internazionale, la questione costituzionale britannica si è intrecciata con le dichiarazioni di Donald Trump durante una visita di due giorni in Irlanda. Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che gli «piacerebbe molto vedere un’Irlanda unita», aggiungendo che a suo avviso «succederà prima o poi» e che «tanto vale che accada ora». Le parole di Trump hanno provocato una reazione immediata da parte del governo britannico, che ha ribadito la posizione ufficiale secondo cui non sussisterebbero le condizioni per un referendum sull’unificazione.

Il leader del Partito Unionista Democratico, Gavin Robinson, ha respinto l’intervento del presidente americano, sottolineando che il futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord non può essere deciso da Londra, Dublino o Washington, ma appartiene esclusivamente al popolo nordirlandese. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha accusato Trump di parlare «a vanvera», mentre il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha dichiarato di non essere d’accordo con il presidente americano, definendo l’Irlanda del Nord «una parte orgogliosa e integrale del Regno Unito».

Sullo sfondo, il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham, succeduto a Keir Starmer a luglio, si trova a gestire una fase politica segnata da pressioni simultanee su più fronti. Nel suo primo discorso al Parlamento, Burnham ha denunciato le scelte di centralizzazione e privatizzazione compiute dagli anni Ottanta in poi, attribuendo alla Brexit un decennio di bassa crescita economica.

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