L’escalation in Medio Oriente, tra raid sulle coste iraniane e la nuova ipotesi di un protocollo per Hormuz
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il conflitto in corso tra Iran, Stati Uniti e Israele segna un’ulteriore e preoccupante intensificazione, con azioni militari che si allargano a macchia d’olio coinvolgendo direttamente diverse nazioni del Golfo e mettendo a dura prova la stabilità dell’intera regione. Nelle ultime ore, il Comando centrale americano ha comunicato di aver condotto un pesante bombardamento lungo la costa iraniana, nelle immediate vicinanze dello Stretto di Hormuz, utilizzando ordigni perforanti da 5.000 libbre. L’obiettivo dichiarato dell’operazione, che rientra in una campagna più ampia denominata “Epic Fury”, erano postazioni di missili antinave che, secondo le valutazioni statunitensi, rappresentavano una minaccia concreta e immediata per il traffico marittimo internazionale in quel passaggio cruciale per i rifornimenti energetici globali. In parallelo, l’aviazione israeliana ha allargato il proprio raggio d’azione colpendo obiettivi nel cuore di Beirut, dove nel quartiere di Bashoura un intero edificio è stato raso al suolo, causando vittime, e nella valle della Bekaa, in territorio libanese; non sono mancati, inoltre, nuovi raid nella capitale iraniana, Teheran.
A questa risposta militare, si è sommata una chiara riorganizzazione strategica da parte di Teheran, annunciata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi in un’intervista ad Al Jazeera. Il capo della diplomazia iraniana, dopo aver ribadito la solidità dell’assetto politico della Repubblica Islamica nonostante la perdita di figure di spicco come Ali Larijani, ucciso in un precedente attacco, ha posto l’accento sulla necessità di ridefinire le regole della navigazione nello Stretto di Hormuz una volta che le ostilità saranno cessate. Araghchi ha parlato della creazione di un “nuovo protocollo”, un accordo che dovrebbe essere negoziato e messo a punto esclusivamente dai paesi che si affacciano su quella via d’acqua, sottolineando come siano loro le “parti principali su questa questione”. Una dichiarazione, questa, che sposta il dibattito futuro su un piano regionale, cercando di limitare l’ingerenza di attori esterni in quella che l’Iran considera una questione di sovranità e sicurezza locale.
La risposta missilistica iraniana e le ripercussioni sugli stati del Golfo
La notte scorsa, la vendetta promessa dai Pasdaran per l’eliminazione del capo del Consiglio Supremo di Sicurezza, Ali Larijani, si è materializzata con il lancio di missili e droni che hanno seminato morte e distruzione ben oltre i confini israeliani. Un attacco con bombe a grappolo ha colpito il sobborgo di Ramat Gan, a Tel Aviv, causando il crollo del tetto di un’abitazione su una coppia di anziani, che non aveva fatto in tempo a raggiungere il rifugio, portando la morte di due civili. La stazione ferroviaria di Savidor, nella stessa area metropolitana, è stata danneggiata dalle schegge, interrompendo la circolazione. Ma la risposta iraniana ha avuto un raggio ancora più ampio: le difese aeree dell’Arabia Saudita sono state attivate per intercettare droni diretti verso Riad, in particolare nella zona del quartiere delle ambasciate, mentre il Kuwait ha abbattuto altri velivoli ostili. Esplosioni sono state udite a Dubai, Doha e Abu Dhabi, dove un cittadino pakistano è rimasto ucciso dai detriti di un missile intercettato, e un missile iraniano è atterrato nelle vicinanze del quartier generale militare australiano di Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, senza per fortuna causare feriti tra il personale di Canberra.
L’attacco diretto all’ambasciata Usa a Baghdad e la sicurezza degli italiani
In Iraq, la situazione è diventata particolarmente tesa per la presenza di contingenti internazionali. Un drone ha preso di mira un hotel a Baghdad, struttura nota per ospitare cittadini stranieri, incluso personale italiano. L’esplosione, stando a quanto ricostruito dal ministro della Difesa Guido Crosetto, non ha coinvolto i nostri connazionali, che sono stati immediatamente messi in sicurezza nei bunker della struttura dopo che il titolare del dicastero si era attivato con i vertici militari per verificarne le condizioni. Poche ore dopo, un secondo e più grave attacco con droni e razzi ha centrato direttamente l’ambasciata degli Stati Uniti nella capitale irachena, da cui si è alzata una colonna di fumo nero, segno della violenza dell’impatto. In questo clima di estrema tensione, il governo di Teheran ha annunciato l’arresto di dieci persone, accusate di spionaggio per conto di potenze straniere e di legami con un gruppo monarchico considerato terroristico, mentre i media israeliani rivendicavano la capacità di colpire il cuore decisionale iraniano.
Il fronte diplomatico e le nuove regole per la navigazione
Sul fronte diplomatico, il ministro Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, durante il quale ha esortato le Nazioni Unite a condannare l’aggressione militare di Usa e Israele, definendola una palese violazione del diritto internazionale, e a ritenere i responsabili di queste azioni accountable secondo i principi della Carta. Parallelamente, l’Iran sta cercando di ridefinire il contesto post-bellico: l’idea di un nuovo protocollo per lo Stretto di Hormuz, avanzata dallo stesso Araghchi, mira a stabilire condizioni chiare e permanenti per il transito pacifico, garantendo la sicurezza ma anche gli interessi nazionali e regionali. Teheran, pur ribadendo di non aver cercato un’escalation regionale, accusa gli Stati Uniti di aver trasformato la penisola arabica in una piattaforma di lancio contro di essa e insiste sulla necessità che sia Washington a riconoscere il proprio errore e a porre fine alle ostilità, senza accontentarsi di un semplice cessate il fuoco che potrebbe rivelarsi solo una tregua temporanea.




