Mps-Mediobanca, la procura di Milano riparte all’assalto: “Accordo Delfin-Caltagirone per Generali già nel 2019, Lovaglio ebbe un ruolo fondamentale”
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Redazione Economia
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Mentre a Siena e a Milano i consigli d’amministrazione di Montepaschi e della neo-acquisita Mediobanca mettevano a punto i dettagli del piano industriale al 2030 e gettavano le basi per la fusione che porterà al delisting di Piazzetta Cuccia, a Roma l’attenzione si è spostata sugli sviluppi giudiziari. Il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, ascoltato in audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, ha infatti riacceso i riflettori sul presunto concerto occulto che legherebbe i due principali azionisti privati dell’asse Mps-Generali, Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio. Un racconto dettagliato, quasi una requisitoria, quello offerto dal magistrato, che ha scandito i tempi di un’architettura finanziaria che gli inquirenti ritengono risalirebbe ben prima dell’Ops senese sulla banca d’affari.
Secondo la ricostruzione presentata da Viola, la volontà comune di ottenere il controllo di Generali da parte dei due gruppi affonderebbe le radici nel 2019, un arco temporale in cui, pur in assenza di patti formali, si sarebbe registrato un avvicinamento strategico concretizzatosi in un costante investimento a scacchiera, con acquisti paralleli di titoli sia di Mediobanca, che detiene una quota rilevante del Leone, sia direttamente della compagnia triestina. Una strategia, quella di Delfin e Caltagirone, che agli occhi degli investigatori non sarebbe mai parsa il frutto di iniziative indipendenti e occasionalmente coincidenti, ma piuttosto un disegno coordinato e consapevole, protrattosi dal 2019 fino al 2024, come ha avuto modo di sottolineare lo stesso procuratore.
L’evoluzione del disegno e il saldarsi con gli interessi di Mps
Il punto di svolta, nella lettura della Procura di Milano, si sarebbe verificato con il parziale insuccesso di quella prima fase, quando l’obiettivo del controllo diretto di Generali si è rivelato più complesso del previsto. È a quel punto, come spiegato da Viola, che si sarebbe resa necessaria una modifica della strategia: acquisire il controllo di Mediobanca per arrivare a Generali per il suo tramite. E in questo passaggio, ha continuato il magistrato, si sarebbe verificato il “saldarsi di interessi di vecchia data” — quelli tra Caltagirone e Delfin — “con quelli più recenti di Mps”, senza che il mercato venisse reso edotto di questa saldatura e delle sue conseguenze, un’opacità che costituisce il cuore dell’ipotesi di reato.
Un’operazione complessa che, secondo quanto emerso dall’audizione, non avrebbe potuto realizzarsi senza un contributo determinante giunto dall’interno della banca senese. Il procuratore aggiunto Roberto Pellicano, che coordina le indagini insieme a Viola, ha infatti puntato il dito sul ruolo dell’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, definito un “supporto materiale fondamentale” per la buona riuscita del progetto. Lovaglio, ha chiarito Pellicano, pur non essendo azionista, avrebbe agito come una sorta di concorrente esterno, una figura chiave nell’ingranaggio che ha permesso di orchestrare l’offerta pubblica di scambio su Mediobanca senza rendere trasparente al mercato la reale portata degli accordi sottostanti, una circostanza che ha già sollevato una ferma replica da parte dei legali del banchiere.
Le reazioni politiche e il perimetro tracciato dalla procura sul ruolo del Tesoro
Le dichiarazioni dei magistrati milanesi hanno inevitabilmente avuto un impatto anche sul piano politico, sollecitando richieste di chiarimento da parte delle opposizioni. Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e componente della stessa Commissione, ha sollevato più di un interrogativo sul ruolo che il governo avrebbe giocato nell’intera partita, sottolineando come Luigi Lovaglio sia un amministratore espressione del Ministero dell’Economia e delle Finanze, da cui è stato confermato nel 2023. Turco ha chiesto che l’esecutivo faccia piena luce sulla vicenda, evidenziando quelli che ai suoi occhi appaiono come intrecci tra politica e finanza, un terreno scivoloso su cui, però, la Procura ha tracciato un confine netto.
Pur riconoscendo che la dismissione del pacchetto di Mps da parte del Tesoro possa essere stata gestita in modo criticabile, indirizzando di fatto le azioni verso determinati soggetti, Pellicano ha infatti escluso che il Ministero in quanto tale possa essere oggetto di indagine. La fattispecie di reato ipotizzata, ha chiarito, non punisce enti pubblici né sfere di influenza politica, ma si concentra su quei soggetti privati che, mirando al governo concreto di una società attraverso acquisti di partecipazioni rilevanti, omettono di dichiarare la loro volontà di agire in modo coordinato, un passaggio che invece la normativa imporrebbe per tutelare il mercato e gli altri azionisti.




