L'eccesso di asfalto è un termosifone acceso: Pileri e la ricetta per città più vivibili

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le ondate di calore che ogni estate si abbattono sulle città italiane non rappresentano più un'emergenza occasionale, ma una condizione strutturale con cui milioni di persone sono chiamate a fare i conti. Se il cambiamento climatico spinge verso l'alto la temperatura media globale, esiste un fattore spesso trascurato che rende i centri urbani delle vere e proprie trappole termiche: il modo in cui sono stati progettati e costruiti.

Asfalto, cemento, palazzi ravvicinati e la costante riduzione del suolo permeabile contribuiscono a creare le cosiddette "isole di calore", aree in cui il calore si accumula durante il giorno per poi venire rilasciato anche nelle ore notturne, impedendo al termometro di scendere. A spiegare le ragioni di questo fenomeno e le possibili soluzioni è Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, autore del libro "Dalla parte del suolo" e da anni impegnato nello studio del consumo di suolo e delle trasformazioni del paesaggio urbano.

Asfalto e cemento, una piastra rovente

Secondo Pileri, l'asfalto e le pavimentazioni dure si comportano come enormi piastre che trattengono il calore, scaldandosi fino a diventare delle vere e proprie padelle roventi. "Fondamentalmente tutte le zone asfaltate diventano un'enorme piastra che produce quella che si chiama 'isola di calore'", spiega il professore. Il problema più grave è che queste superfici rilasciano il calore accumulato anche di notte, trasformando le città in termosifoni accesi h24.

"Il suolo può raggiungere temperature anche di 50 gradi che alterano sensibilmente quella percepita ad altezza uomo", aggiunge Pileri, sottolineando come questo fenomeno non si verifichi nelle aree vegetate, dove la combinazione tra suolo e piante fa la differenza.

La ricetta per città più vivibili

La soluzione proposta dall'urbanista è chiara e articolata: da un lato, è necessario dotarsi di piani di depavimentazione per rimuovere le superfici impermeabili; dall'altro, bisogna fermare il consumo di suolo. "Le due azioni devono essere combinate per potersi immaginare un'urbanistica nuova. Se questo non accade, noi continueremo a stare in città ipercalde", avverte Pileri. Non si tratta solo di piantare alberi qua e là, ma di creare "materassi di suolo" di 50-60 centimetri che funzionino come spugne in grado di trattenere l'umidità e ridurre la temperatura.

Il professore mette in guardia anche dalle soluzioni tecnologiche, come i condizionatori, che consumano energia e non risolvono il problema alla radice.

Il caso Napoli e la "cooling poverty"

La situazione critica delle periferie italiane è stata ben fotografata dalla campagna nazionale "Che caldo che fa!" di Legambiente, che ha scelto il quartiere napoletano di San Pietro a Patierno come osservato speciale. Qui, i rilievi termografici realizzati in collaborazione con RSE hanno registrato temperature della pavimentazione fino a 63,9 gradi nell'area giochi del Parco IV Aprile e un picco di temperatura ambientale di 36,5 gradi in via Casoria. Il dato più allarmante è che il 64% degli spazi pubblici monitorati risulta direttamente esposto al sole, senza alcuna protezione.

Il quartiere, mappato come area ad alto rischio di "cooling poverty" – l'impossibilità di mantenere ambienti confortevoli durante il caldo estremo – presenta una rete di trasporto debole, con 9 fermate su 10 prive di pensiline, e infrastrutture blu quasi assenti.

Un cambio di paradigma culturale

Oltre agli interventi fisici, Pileri sottolinea la necessità di un cambiamento culturale profondo, che passa attraverso la rinuncia ad avere due auto per famiglia e la riduzione degli elementi che danneggiano l'ambiente urbano. "È probabile che tutto questo non sia sufficiente, ma non fare nulla è insufficiente per certo", conclude il professore, ribadendo che la sfida è ripensare le città per i prossimi decenni, non solo per gestire qualche giorno di afa.

L'urgenza è tale che Legambiente ha chiesto al Comune di Napoli l'adozione di una Strategia di Adattamento Climatico e l'istituzione di una consulta del verde, con interventi prioritari come superfici permeabili in piazze e parcheggi e materiali urbani meno caldi.

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