Un Milan spappolato cerca il ritiro: Tare e Allegri tra mea culpa e strategie di sopravvivenza

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La domenica di Pasqua lascia strascichi amari in casa Milan, dove la sconfitta per 3-2 subita in casa dall’Atalanta – ennesima batosta in un periodo nero che sembra non avere fine – ha riacceso i riflettori su una crisi che ormai non è più solo di gioco, ma diventa esistenziale. A prendersi la scena nel post-partita, raccolta dai principali organi di stampa come il Corriere dello Sport, non sono stati tanto gli errori sotto porta o le ingenuità difensive, quanto lo sfogo e l’analisi a cuore aperto del direttore sportivo Igli Tare, il quale ha usato parole che raramente si sentono pronunciare da un dirigente a stagione in corso. Intervenuto ai microfoni di DAZN, Tare ha sostanzialmente ammesso che la squadra non ha retto l’urto psicologico, parlando di “tensione giusta” che è venuta a mancare, un’ammissione che suona come un vero e proprio mea culpa collettivo per una squadra apparsa letteralmente liquefatta dopo il primo gol subito. Tare ha infatti sottolineato come, inutile nascondersi dietro alibi tattici o fisici, manchi quella determinazione sporca che contraddistingue chi vuole raggiungere un traguardo importante, e in questo senso ha lanciato un messaggio chiaro alla piazza: “I tifosi meritano un’altra squadra”.

L’ipotesi ritiro come estrema terapia d’urto

Di fronte a questo scenario di smarrimento collettivo, la soluzione prospettata non è di natura tecnica, quanto piuttosto disciplinare e mentale. Sia Tare che l’allenatore Massimiliano Allegri hanno infatti aperto alla possibilità concreta di ritirare la squadra in un hotel prima della delicatissima trasferta di Genova contro il Grifone. L’idea, ventilata dallo stesso direttore sportivo, è quella di “andare qualche giorno prima tutti insieme in ritiro”, un tentativo estremo per isolare i giocatori dalle pressioni esterne – che in questo momento includono una contestazione feroce da parte di una tifoseria stanca – e ricreare artificialmente quella concentrazione che sembra evaporata. Da parte sua, Allegri, pur non mostrandosi entusiasta della misura (seppur non contrario), ha confermato che la decisione verrà presa nelle prossime ore, una volta che la Lega avrà ufficializzato l’orario esatto della partita. L’incidenteale “forse” usato da Tare lascia intendere che si tratti di una carta ancora da giocare, ma l’averla resa pubblica è già di per sé un segnale inequivocabile dello stato di emergenza assoluta che si respira a Milanello.

Il futuro in bilico e le responsabilità diffuse

In un clima dove l’amarezza regna sovrana, il direttore sportivo ha approfittato dell’occasione anche per mettere un freno alle voci di corridoio che vorrebbero un suo addio anticipato a fine stagione. Interrogato sul proprio futuro – oggetto di speculazioni giornalistiche praticamente quotidiane – Tare è stato lapidario: “Io non ho avuto nessun segnale dalla società”. Con questa frase, l’ex ds della Lazio ha voluto ribadire che, almeno per ora, l’unico pensiero deve essere quello di centrare l’obiettivo Champions League, definito come l’unico parametro che conta per valutare se il lavoro svolto sia stato “grande” o meno. Ha insistito sul concetto che a certi livelli bisogna “saper sopportare le pressioni” e “le speculazioni”, quasi a voler sdrammatizzare una situazione che, a guardare la classifica e le prestazioni degli ultimi 45 giorni, appare invece tragica. Allegri, pur prendendosi la sua parte di responsabilità (“Sono io il responsabile”), non ha nascosto come la paura di fallire l’accesso alla prossima Champions League stia paralizzando i suoi uomini.

L’analisi della prestazione: un’ora di buio e una reazione tardiva

Analizzando i novanta minuti di gioco, emerge un dato inequivocabile: il Milan è esistito solo per una mezz’ora, quella finale, quando la partita era ormai compromessa sul 3-0 e San Siro si era quasi del tutto svuotato. Proprio questa reazione tardiva, però, è l’unico spiraglio da cui Tare e Allegri provano a ripartire. Allegri ha infatti evidenziato un aspetto che, pur nella disfatta, potrebbe rappresentare un segnale: “Abbiamo ripreso a fare gol”. Una frase che, se contestualizzata in una serie di partite in cui la manovra offensiva era risultata sterile e imbarazzante, assume il valore di un piccolo, fragile indizio di ripresa. Resta però la sostanza, quella che vede la squadra incapace di mantenere l’equilibrio (Allegri ha parlato di fase difensiva da sistemare urgentemente) e troppo soggetta a cali di tensione letali. La decisione di chiudersi a ritiro, in questo contesto, appare meno come una punizione e più come un tentativo di ricostruire pezzo per pezzo quella solidità che, partita dopo partita, è andata perduta. I giocatori, in questo processo, dovranno dimostrare se hanno la forza di reagire o se intendono affondare definitivamente in questo mare di critiche.

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