Piazza Affari e le altre Borse europee aprono in calo, nuovo balzo per petrolio e gas dopo il blocco in Iran

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La volatilità torna a dettare legge sui mercati del Vecchio continente, e Piazza Affari non fa eccezione, aprendo la seduta di giovedì 5 marzo in territorio negativo. L’indice Ftse Mib cede lo 0,24% nelle prime battute, un calo che riflette la rinnovata pressione sul comparto bancario, ma è l’intero panorama europeo a mostrare il segno meno: Francoforte arretra dello 0,42%, Londra dello 0,12% e Parigi cede lo 0,5%, in un contesto in cui l’incertezza geopolitica, lungi dal dissiparsi, si fa sempre più opprimente.

Se i listini asiatici avevano chiuso in deciso rialzo – con Seul che rimbalza del 9,7% dopo il tonfo della vigilia, sostenuta dall’ipotesi di un conflitto in Medio Oriente di breve durata e dalla performance positiva dei titoli tech statunitensi –, in Europa prevale invece la cautela più stretta. Una cautela che affonda le radici nella dinamica dei prezzi energetici: dopo una breve pausa, il greggio ha ripreso la sua corsa. Il Brent viaggia in rialzo del 2,6% a 83,50 dollari al barile, mentre il Wti balza del 3% a 76,90 dollari, riaccendendo immediatamente i timori legati all’inflazione e, di conseguenza, alle possibili reazioni delle banche centrali, a partire dalla Federal Reserve, che potrebbe essere indotta a rinviare ulteriormente i tanto attesi tagli ai tassi d’interesse.

L’incertezza dalla guerra in Medio Oriente e il nuovo shock energetico

Il vero nodo, attorno a cui ruota l’umore degli investitori, è rappresentato dall’escalation militare in Medio Oriente e, in particolare, dalle notizie provenienti dallo Stretto di Hormuz. Le indiscrezioni su un’imminente operazione di terra in Iran si susseguono freneticamente, alternandosi a smentite, in un clima di tensione che non concede tregua ai mercati. A complicare il quadro è la decisione dei Pasdaran iraniani di bloccare lo Stretto di Hormuz, un passaggio marittimo considerato vitale per il commercio energetico globale: attraverso questo collo di bottiglia transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto, con flussi stimati attorno ai 20 milioni di barili al giorno. La chiusura, che ha già portato all’interruzione della produzione in Iraq per 1,5 milioni di barili giornalieri e alla dichiarazione di forza maggiore da parte del Qatar sulle esportazioni di GNL, ha un impatto immediato sulle quotazioni e alimenta lo spettro di una crisi delle forniture.

In questo scenario, il prezzo del gas naturale ad Amsterdam ha registrato un balzo dell’8,68%, portandosi a 53 euro al MWh, un incremento che segue di poche ore i rincari del greggio. Parallelamente, il dollaro si rafforza comportandosi da bene rifugio, spingendo l’euro al di sotto di quota 1,16, mentre l’oro spot guadagna terreno attestandosi in area rialzista. Una dinamica, questa, che fotografa perfettamente lo stato d’animo dei mercati: da un lato la ricerca di protezione, dall’altro la rassegnazione di fronte a una crisi energetica che riporta alla memoria gli shock del passato.

La risposta della Cina e le ricadute sui mercati asiatici

A gettare ulteriore benzina sul fuoco contribuisce la reazione della Cina, che ha chiesto alle proprie aziende di sospendere la firma di nuovi contratti per l’esportazione di carburanti raffinati, benzina e diesel in testa. Una misura, questa, che riflette la crescente preoccupazione di Pechino per la sicurezza delle proprie forniture energetiche e che di fatto congela una parte consistente del commercio di raffinati, in un momento in cui l’Asia tutta cerca di fare scorte. La mossa cinese, benché difensiva, rischia paradossalmente di accentuare la stretta sull’offerta, tenendo alta la tensione sui prezzi.

L’indice Kospi di Seul, pur rimbalzando in maniera spettacolare dopo il crollo del 13% della sessione precedente, non rappresenta quindi un segnale di fiducia strutturale, quanto piuttosto un aggiustamento tecnico in un mercato che resta altamente volatile. Il listino sudcoreano, in rialzo del 26% da inizio anno, scommette sulla resilienza del comparto tecnologico, ma l’ombra lunga del caro-energia rischia di mettere in discussione qualsiasi previsione ottimistica sulla durata del conflitto.

Il peso sulle banche e la volatilità dei singoli titoli a Piazza Affari

Tornando a Milano, il sentiment negativo si riflette in maniera marcata sul settore bancario, che trascina al ribasso l’intero listino. Pesano, in particolare, Mps e Mediobanca, rispettivamente in calo del 3,5% e del 2,5%, dopo le consuete fibrillazioni legate agli assetti societari e alla presentazione delle liste per il rinnovo del cda. Un discorso a parte merita la volatilità estrema che caratterizza alcuni titoli azionari in seguito alla pubblicazione dei dati di bilancio. Se da un lato Campari vola con un +7,4% dopo i conti, dall’altro Nexi cede oltre il 14% e Amplifon lascia sul terreno più del 12%, vittime di giudizi contrastanti da parte del mercato sui rispettivi piani industriali e risultati annuali. Un andamento a due velocità che testimonia la difficoltà degli investitori nel districarsi tra le opportunità offerte dalle singole società e il quadro macroeconomico che resta pesantemente condizionato dall’instabilità geopolitica e dalla nuova fiammata dei prezzi dell’energia.

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