Lavoro domestico, nuove retribuzioni orarie: da 7,45 euro per badanti e baby sitter, aumenti fino a 1.400 euro mensili per i profili più qualificati
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Redazione Interno
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L’adeguamento dei minimi retributivi per colf, badanti e baby sitter, sancito dalla Commissione riunitasi presso il ministero del Lavoro, produce effetti immediati sulle buste paga di alcune tra le categorie professionali — se cosí si possono definire mestieri che spesso sfuggono a una precisa categorizzazione — più numericamente rilevanti nel panorama dell’assistenza familiare in Italia. L’intervento, che poggia su una doppia leva costituita dalla rivalutazione legata all’indice Foi dei prezzi al consumo comunicato dall’Istat, attestatosi all’1,40 per cento, e dall’incremento contrattuale strutturale previsto dall’articolo 55 del Ccnl, porta la paga oraria delle badanti impegnate con persone non autosufficienti, inquadrate nel livello Cs, a 8,91 euro; per le collaboratrici che seguono anziani autosufficienti o per le babysitter, il cui livello è il Bs, la cifra sale a 7,45 euro l’ora. Le colf, ascrivibili al livello B, vedono invece il proprio compenso orario passare da 6,68 a 7,01 euro. L’insieme di queste variazioni, alcune delle quali apparentemente contenute nell’entità unitaria, determina un aggravio per i datori di lavoro che, rapportato alla mensilità, oscilla in funzione delle ore prestate e del regime di convivenza o meno. Nei casi di assistenza convivente a tempo pieno, l’incremento medio si attesta sui 55,98 euro mensili, portando la retribuzione lorda complessiva, escluse le indennità per vitto e alloggio, a sfiorare i milleduecento euro. Per i profili di più alta qualificazione, quelli che incrociano competenze specialistiche e responsabilità assistenziali gravose, il trattamento economico mensile supera la soglia dei 1.400 euro, segnando un passo avanti nel riconoscimento economico di un settore storicamente caratterizzato da retribuzioni compresse.
Il meccanismo della doppia perequazione tra inflazione e rinnovo contrattuale
La dinamica che governa l’aggiornamento non è lineare, essendo il frutto dell’innesto di due distinti meccanismi perequativi che agiscono in simultanea sul trattamento economico complessivo. Da un lato opera la rivalutazione automatica legata al costo della vita, disciplinata dall’articolo 38 del contratto collettivo, che recupera la perdita di potere d’acquisto misurata dall’Istat; dall’altro si innesta la tranche di aumento negoziale, pari a quaranta euro per i livelli di riferimento, che costituisce la prima delle quattro rate attraverso le quali verranno erogati, entro il settembre 2028, i cento euro lordi complessivi stabiliti dall’accordo di rinnovo siglato nell’ottobre del 2025. La circolare numero 9 pubblicata dall’Inps il 3 febbraio ha reso operative anche le nuove fasce di retribuzione oraria utili ai fini contributivi, quelle sulle quali datori di lavoro e lavoratori sono tenuti a calcolare i versamenti all’istituto previdenziale. Per le retribuzioni effettive fino a 9,61 euro l’ora, il contributo orario comprensivo della quota destinata alla Cassa unica assegni familiari è fissato in 1,70 euro, dei quali 0,43 restano a carico del prestatore di lavoro e vengono trattenuti direttamente in busta paga; per la fascia compresa tra 9,61 e 11,70 euro l’importo sale a 1,92 euro, mentre per i rapporti meglio remunerati, quelli che superano gli 11,70 euro orari, il contributo raggiunge i 2,34 euro. Una maggiorazione dell’1,40 per cento viene applicata, quale contributo addizionale, ai contratti a tempo determinato, salvo i casi di assunzione per sostituzione di lavoratori assenti.
Le nuove tutele normative e l’ampliamento dei permessi
L’accordo di rinnovo, che copre il triennio 2025-2028, ha introdotto elementi di flessibilità e di ampliamento dei diritti individuali che modificano sensibilmente il perimetro delle relazioni tra famiglie e lavoratori domestici. Per la prima volta nel comparto vengono disciplinati i congedi parentali, riconoscendo a ciascun genitore, madre e padre, la facoltà di astenersi dal lavoro per un periodo continuativo non superiore a quattro mesi, sebbene senza corresponsione di retribuzione né maturazione di istituti indiretti. Viene inoltre introdotto un pacchetto di permessi — alcuni retribuiti, altri no — che include espressamente il tempo necessario per visite mediche documentate, per le pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno e per gli adempimenti legati al ricongiungimento familiare; si tratta di un riconoscimento esplicito della composizione demografica della platea dei lavoratori domestici, largamente costituita da cittadine e cittadini stranieri. L’indennità mensile per il possesso della certificazione professionale Uni 11766, rilasciata da Ebincolf e finalizzata a certificare le competenze specifiche nell’assistenza, è stata incrementata da undici a trenta euro, un segnale — che è anche un incentivo economico — verso la qualificazione formale del lavoro di cura. Sul fronte delle agevolazioni fiscali, resta confermata per i datori di lavoro la possibilità di dedurre integralmente dal reddito i contributi previdenziali versati, fino a un massimo di 1.549,37 euro annui, e di detrarre il 19 per cento della spesa sostenuta per lo stipendio della badante, a condizione che il reddito complessivo del contribuente non ecceda i quarantamila euro.
Il quadro statistico e l’area sommersa fotografata dal database Family (Net) Work
L’aggiornamento del database Family (Net) Work, la cui ultima presentazione risale alla primavera del 2025 presso il Parlamento Europeo, offre una radiografia puntuale del settore, rivelando uno scarto profondo tra lavoro registrato e prestazioni effettivamente rese. I dati Inps pubblicati nel corso del 2025 censivano poco più di 817mila lavoratori domestici regolari, coloro che hanno versato contributi per almeno un mese nell’anno, ma il rapporto curato da Assindatcolf e dal Centro Einaudi quantifica nell’area del 60 per cento la quota di lavoro irregolare, quella che gli autori dello studio definiscono in termini di vite sottratte a ogni inquadramento contrattuale formale. Un simile scarto dimensionale, che pone l’Italia in una posizione intermedia nel confronto europeo — assai distante dalla Germania, dove si stima che il lavoro domestico irregolare raggiunga il 90 per cento, ma lontana anche dai modelli virtuosi di Francia e Belgio — interroga l’efficacia stessa della leva retributiva come strumento di emersione. Lo strumento di calcolo denominato Dom&Care Value, illustrato in quella sede, ha tentato di modellizzare il ritorno socioeconomico degli incentivi fiscali, dimostrando che il costo del lavoro dichiarato, a determinate condizioni, risulta inferiore a quello del lavoro sommerso; ma la persistenza di un bacino di irregolarità così esteso suggerisce come la sola variabile tariffaria non sia sufficiente a scalfire abitudini radicate e strategie familiari di elusione.
Le tabelle contributive Inps per l’intero 2026 e gli effetti sulle famiglie
L’Istituto nazionale della previdenza sociale ha provveduto a pubblicare, con il consueto apparato tabellare, i valori aggiornati delle fasce di retribuzione convenzionale sulle quali calcolare i contributi per l’anno in corso, tenendo conto della variazione Istat dell’1,40 per cento registrata nel periodo tra il 2024 e il 2025. Per i rapporti di lavoro che eccedono le ventiquattro ore settimanali, la retribuzione oraria convenzionale scende a 6,20 euro, con un contributo orario di 1,24 euro. Le famiglie che assumono una badante convivente a tempo pieno per la cura di un anziano non autosufficiente si trovano a sostenere un costo mensile netto, al netto cioè delle trattenute a carico del lavoratore, che si attesta intorno a 1.462 euro; a questo importo vanno aggiunti i contributi Inps e Cassacolf dovuti trimestralmente, che incidono per ulteriori 298 euro, portando l’esborso complessivo annuo oltre i ventunomila euro. Per una colf impiegata venticinque ore settimanali la spesa mensile netta si aggira sui 914 euro, mentre per una babysitter assunta per quaranta ore settimanali il costo sale a circa 1.567 euro. La legge di bilancio per il 2026 ha esteso anche ai lavoratori domestici la facoltà, già prevista per altre categorie, di rinunciare all’accredito contributivo a proprio carico una volta maturati i requisiti per la pensione anticipata ordinaria — quarantadue anni e dieci mesi di contributi per gli uomini, quarantuno anni e dieci mesi per le donne — consentendo cosí al datore di lavoro di non versare più la quota a carico del prestatore e di corrispondergliela direttamente in busta paga.




