Inflazione eurozona scende al 2% a dicembre, ma il quadro nazionale è a macchia di leopardo
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Redazione Economia
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L'area dell'euro chiude il 2025 con un dato confortante, seppur atteso, sul fronte dei prezzi. Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione, ha diffuso le stime preliminari che indicano per dicembre un'inflazione annuale del 2,0%, in lieve flessione rispetto al 2,1% del mese precedente e finalmente allineata con l'obiettivo di stabilità dei prezzi che la Banca Centrale Europea persegue, non senza fatica, da tempo. Un traguardo significativo, quello del tasso a una sola cifra, che però nasconde – come spesso accade quando si parla di economia europea – divergenze marcate tra le principali economie che compongono il blocco comune. Mentre la Germania, motore industriale del continente, si attesta proprio sulla media del 2,0%, e la Francia addirittura segna un tiepido +0,7%, l'Italia mantiene un profilo di contenimento dei prezzi particolarmente accentuato, stimando un tasso annuo del +1,2%.
Il freno arriva dalla componente "core" e dai beni industriali
La discesa verso il target del 2%, che molti analisti considerano ormai un percorso consolidato, è stata trainata da un rallentamento più marcato del previsto dell'inflazione cosiddetta "core", ossia quella al netto dei volatili prezzi dell'energia e degli alimentari freschi. Questo indicatore, scrutato con attenzione dalla BCE perché riflette le pressioni inflazionistiche di medio periodo, è sceso dal 2,4% di novembre al 2,3% a dicembre. A contribuire al risultato, una lieve ma costante diminuzione della voce relativa ai "beni industriali non energetici", scesa dallo 0,5% allo 0,4% su base annua. Si tratta di segnali incoraggianti, i quali suggeriscono che le politiche monetarie restrittive hanno progressivamente permeato l'economia reale, alleviando quelle spinte sui costi che, negli anni passati, hanno eroso il potere d'acquisto delle famiglie.
I servizi restano l'elemento di rigidità da monitorare
Persiste, tuttavia, un'area di relativa rigidità che continua a rappresentare un punto di osservazione cruciale per i decisori di Francoforte: quella dei servizi. Questa componente, la cui dinamica è strettamente legata all'andamento dei salari e alla domanda interna, dovrebbe mantenersi infatti al livello più elevato, attestandosi al 3,4% a dicembre, seppur in flessione rispetto al 3,5% del mese precedente. Tale persistenza, sebbene in attenuazione, indica che il processo di disinflazione non è omogeneo in tutti i settori e che alcuni, soprattutto quelli a più alta intensità di lavoro, faticano a registrare cali significativi. È proprio su questo fronte che si giocherà, nei prossimi mesi, la partita più delicata per le autorità monetarie, chiamate a bilanciare il rischio di un raffreddamento eccessivo dell'economia con la necessità di ancorare stabilmente le aspettative inflazionistiche.
Un panorama europeo caratterizzato da velocità differenti
Il dato aggregato della zona euro, dunque, mentre conferma una tendenza generale al rientro dell'inflazione, non deve far dimenticare le notevoli differenze tra paese e paese. L'ampio scarto tra la stima francese, particolarmente bassa, e quella tedesca, perfettamente in linea con la media, per non parlare del caso italiano che si distingue per un contenimento ancora più spinto, delinea un panorama economico a più velocità. Queste discrepanze, radicate in differenze strutturali, nelle politiche fiscali nazionali e nella risposta dei consumi locali agli shock degli anni precedenti, pongono sfide non banali per la governance della politica monetaria unica, la quale deve calibrarsi su una media che non rappresenta pienamente nessuno dei suoi membri. Il cammino verso una piena stabilizzazione dei prezzi, insomma, pur avendo compiuto un passo fondamentale, non può dirsi né lineare né concluso.




