Stellantis, la ripresa a macchia di leopardo: auto su del 22% ma i furgoni di Atessa arrancano
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Redazione Economia
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Non c’è ancora una volta piena, e il dado dell’inversione di tendenza – per quanto incoraggiante – resta da gettare del tutto. Eppure, dopo un 2025 da dimenticare, qualcosa nell’industria automobilistica italiana sembra davvero essersi rimesso in moto. A dirlo sono i numeri crudi del primo trimestre 2026, quelli del report della Fim-Cisl, che registrano una produzione complessiva di 120.366 unità tra auto e veicoli commerciali: un risultato che, se messo a confronto con le 109.900 dello stesso periodo dell’anno precedente, consegna un segno più destinato a riaccendere qualche cauta speranza.
Il sorpasso delle quattro ruote: +22% grazie ai nuovi modelli
A trainare questa fragile ripartenza è soprattutto il comparto delle autovetture, quello che nei mesi più bui della crisi aveva pagato il prezzo più alto in termini di stop alle catene di montaggio. Nel dettaglio, la produzione di auto sale del 22 per cento, una performance che gli analisti interni al gruppo – e lo stesso Antonio Filosa, oggi a capo delle operazioni in una fase delicata – non esiterebbero a definire “trainata dai nuovi modelli”. Si tratta, va detto, di una crescita concentrata, non omogenea sul territorio, ma comunque sufficiente a cambiare il passo di un colosso che nel 2025 aveva toccato il fondo.
Filosa, del resto, sembra aver scelto una linea di comunicazione inedita per raccontare questa transizione. Niente palchi, niente conferenze stampa ad effetto: il 10 aprile 2026, il manager ha pubblicato un post su LinkedIn, corredato da immagini informali – lo si vede in giubbotto smanicato e jeans, tra le linee produttive statunitensi – per annunciare che “stiamo andando meglio, recuperiamo terreno”. Una scelta, quella del canale professionale per eccellenza, che dice molto sulla volontà di parlare direttamente a tecnici, operai e investitori senza filtri retorici.
Il paradosso di Atessa: primo stabilimento d’Italia ma in calo del 5,8%
Se il fronte delle auto accelera, quello dei veicoli commerciali racconta invece un’altra storia. Lo stabilimento ex Sevel di Atessa, nonostante tutto, resta il gigante silenzioso della manifattura tricolore: con circa 46.525 unità prodotte nel primo trimestre, da solo vale il 39 per cento dell’intera produzione italiana Stellantis. Un colosso, insomma, ma un colosso che arranca. Il dato parla chiaro: -5,8 per cento rispetto ai primi tre mesi del 2025. Una flessione che, seppur non drammatica nei numeri assoluti, interrompe di fatto quel clima di cauto ottimismo che i dati sulle auto avevano contribuito a creare.
La domanda, a questo punto, è quasi obbligata: quanto potrà reggere il primato di Atessa se la curva dei furgoni continuerà a puntare verso il basso? Nessuna previsione è consentita in questa sede, ma il dato strutturale – quello di un polo che produce due veicoli commerciali su cinque in Italia – resta un’ancora di salvezza per l’occupazione locale, per quanto appesantita da un segno meno che i sindacati guardano con attenzione.
Il fronte Lazio: la Regione prova a tessere una rete per i lavoratori dell’indotto
Non solo numeri di produzione, però. Perché la crisi Stellantis non si misura soltanto in unità uscite dai cancelli, ma anche – e forse soprattutto – nelle pieghe dell’indotto automotive. Ed è qui che si inserisce la mossa della Regione Lazio. Dopo l’impegno formalizzato durante l’incontro dell’8 aprile, si è tenuta nei giorni scorsi la riunione convocata dall’assessore al Lavoro, alla Scuola, alla Formazione, alla Ricerca, al Merito e all’Urbanistica, Alessandro Calvi. Al tavolo, le rappresentanze sindacali: nessuna firma, nessun piano definitivo, ma perlomeno l’avvio di un percorso per affrontare una vertenza che rischia di lasciare sul lastrico centinaia di addetti dell’indotto.
Nessun dettaglio operativo è ancora emerso – né poteva essere altrimenti in una fase interlocutoria – ma il solo fatto che si sia tornati a discutere di formazione e ricollocazione in un contesto regionale rappresenta un segnale. E lo è tanto più in un quadro nazionale dove, per anni, la politica industriale legata all’automotive ha rincorso più le emergenze che le strategie di medio periodo.




