Trump allunga l’ombra della Gerald Ford sull’Iran: «Accordo entro marzo, o conseguenze traumatiche». Herzog «si vergogni» per la grazia negata a Netanyahu
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Redazione Esteri
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La tensione nel Golfo Persico, già elevata per via delle trattative sul nucleare che proseguono a fatica e che la scorsa estate avevano visto il presidente americano autorizzare attacchi mirati contro impianti della Repubblica islamica, torna a innalzarsi per mano di una doppia, e simultanea, mossa di pressione. Da un lato l’apparato propagandistico di Teheran, che attraverso la televisione di Stato ha trasmesso una lista — completa di mirino fotografico sovrapposto ai volti — contenente i nomi di sette tra i massimi responsabili politici e militari israeliani, primo ministro Benjamin Netanyahu in testa, accompagnando le immagini con un avvertimento in ebraico che evocava l’Ababil, il drone di fabbricazione iraniana, per determinare «l’ora della vostra morte». Dall’altro lato la risposta americana, che non si è limitata alla consueta riaffermazione verbale della deterrenza: il presidente Donald Trump, dopo aver incontrato Netanyahu alla Casa Bianca mercoledì, ha infatti ordinato il ridispiegamento della portaerei Gerald R. Ford — la più grande del mondo, reduce da esercitazioni nel Mar dei Caraibi — verso il Medio Oriente, andando così ad affiancare la Abraham Lincoln e i tre cacciatorpediniere del suo gruppo di scorta già stazionanti nelle acque regionali.
L’accumulo di capacità navali, che secondo indiscrezioni raccolte dal New York Times sarebbe già in fase di esecuzione, costituisce un messaggio inequivocabile rivolto alla guida suprema di Teheran mentre gli inviati delle due amministrazioni, reduci da un incontro in Oman la scorsa settimana, tentano di rimettere in moto un dialogo interrotto bruscamente dagli scontri dello scorso luglio. Eppure la logica della carota e del bastone, cara alla diplomazia statunitense, appare qui sbilanciata sul versante del bastone: lo stesso Trump, parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, ha fissato un termine perentorio, auspicando la chiusura di un’intesa «entro il mese prossimo» e avvertendo che, in mancanza di questa, le conseguenze per la Repubblica islamica saranno «molto traumatiche». Frasi incidentali che il presidente ha ribadito con dovizia di particolari, rammentando come la fase due dell’operazione — quella militare — sia già stata collaudata contro gli stessi obiettivi nucleari e non costituisca pertanto un’ipotesi astratta ma un’opzione concretamente esercitabile. L’impressione, tra gli osservatori, è che la finestra per una soluzione pattizia si stia oggettivamente restringendo.
Lo scetticismo di Netanyahu e l’attrito sulla grazia presidenziale
Nonostante l’abbraccio pubblico e la difesa a spada tratta offerta da Trump, che non ha esitato a definire «disonorevole» e meritevole di pubblica riprovazione il presidente israeliano Isaac Herzog per la sua reiterata riluttanza a concedere la grazia al premier, i due leader mantengono divergenze sostanziali circa l’impostazione da dare ai colloqui con Teheran. Benjamin Netanyahu, rientrato giovedì a Gerusalemme, ha dichiarato senza infingimenti di nutrire «uno scetticismo generale» sulla bontà di qualsiasi accordo si possa raggiungere, qualora questo continui a escludere dal perimetro negoziale due capitoli a suo avviso dirimenti: il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno finanziario e militare ai gruppi armati antisraeliani, da Hamas agli Hezbollah libanesi fino agli Houthi yemeniti. Una posizione, quella del capo del governo israeliano, che mira evidentemente ad allargare il mandato delle trattative oltre il solo nucleare, mentre Washington — o almeno il suo inquilino — sembra invece concentrata sull’ottenimento di un risultato rapido, anche a costo di sacrificare parte della complessità del dossier.
Sul fronte interno israeliano, intanto, la polemica innescata dalle parole roventi di Trump contro Herzog non accenna a placarsi. L’ufficio presidenziale ha replicato con una nota di ghiaccio, ribadendo che la richiesta di clemenza avanzata da Netanyahu — fatto salvo il diniego, mai espresso formalmente, ma presupposto dal leader americano — è ancora al vaglio del ministero della Giustizia per il prescritto parere legale; soltanto al termine di quell’iter il capo dello Stato valuterà, «senza influenze esterne o pressioni di alcun genere, in base alla legge e alla sua coscienza». Una risposta che suona come una secca messa in mora dell’ingerenza statunitense e che, nelle pieghe del comunicato, rivendica la sovranità giuridica dello Stato ebraico. Resta sul tavolo il nodo giuridico di fondo, mai realmente aggirabile: la normativa israeliana subordina la concessione della grazia a un preventivo riconoscimento di colpevolezza, ammissione che Netanyahu non ha mai voluto sottoscrivere, continuando a dipingere i tre procedimenti — i casi 1000, 2000 e 4000 — come un tentativo di golpe giudiziario ordito ai suoi danni.
La controffensiva iraniana e il braccio di ferro sul nucleare
Sul versante opposto del confronto, Teheran non assiste passiva all’accerchiamento militare e diplomatico. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito che la Repubblica islamica difenderà la propria sovranità «a ogni costo», mentre il presidente Masoud Pezeshkian, pur riconoscendo nei colloqui in Oman un «passo avanti», ha escluso categoricamente che si possa negoziare sotto la minaccia del linguaggio della forza. Un rifiuto, questo, che cozza frontalmente con l’impostazione trumpiana, la quale considera la leva militare non come extrema ratio ma come strumento coessenziale alla trattativa. La lista dei sette funzionari israeliani diffusa dall’emittente Ofogh — tra i quali figurano, oltre a Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz, il capo di stato maggiore Eyal Zamir e il direttore del Mossad David Barnea — rappresenta una escalation comunicativa di rilievo, traducendo in minaccia esplicita quella che finora era rimasta una generica rivendicazione del diritto alla rappresaglia.
Nelle stesse ore, peraltro, il regime ha messo a segno un altro arresto eccellente: Ghorban Behzadian-Nejad, attivista politico di lungo corso già vicino a Mir Hossein Mousavi, è stato prelevato dalla sua abitazione a Teheran con l’accusa di aver firmato il cosiddetto «manifesto dei 17». Il documento, redatto all’indomani della brutale repressione delle proteste di gennaio — che secondo fonti ufficiali avrebbero provocato migliaia di vittime, per lo più attribuite a «terroristi» al soldo di Stati Uniti e Israele — invocava la convocazione di un’assemblea costituente per superare l’attuale ordinamento. Un’iniziativa che il potere giudiziario ha immediatamente qualificato come sovversiva, mettendo a tacere una delle voci più autorevoli del fronte riformista. Il quotidiano Shargh, che ha rotto il silenzio sull’operazione, conferma come la repressione post-proteste non accenni a diminuire d’intensità, nonostante il regime sieda al tavolo negoziale con chi, a Washington, di quella repressione ha chiesto conto.
Il dispositivo bellico e i limiti dell’opzione negoziale
L’invio della seconda portaerei, unitamente ai tre cacciatorpediniere già in assetto, disegna nello scacchiere mediorientale una concentrazione di potenza navale che non si vedeva dai tempi delle crisi più acute con l’Iraq di Saddam Hussein. La scelta del presidente Trump di richiamare la Gerald Ford dai Caraibi — nonostante le esigenze di controllo del traffico illecito nell’emisfero occidentale — testimina la priorità assoluta assegnata al dossier iraniano in questa fase. E testimonia, altresì, la volontà di negoziare da una posizione di schiacciante superiorità, replicando lo schema già sperimentato in passato con la Corea del Nord: alternare aperture alla minaccia credibile di una distruzione punitiva. Resta da capire se la Repubblica islamica, stremata dalle sanzioni e dal crescente malcontento sociale — di cui l’arresto di Behzadian-Nejad è solo l’ultimo, non certo l’unico, sintomo — sia disposta a ingoiare il rospo di concessioni che il fronte israeliano giudica insufficienti e quello statunitense ritiene invece obbligate. La risposta, verosimilmente, arriverà entro quella scadenza di marzo indicata da Trump; oltre, l’ombra delle portaerei potrebbe farsi sostanza di fuoco.




